Si ringrazia per la collaborazione:

POSTE ITALIANE - VIAGGI DEL PERIGEO - MARINER - BMS - SIT SOCIETA' ITALIANA TELETRASMISSIONI


"Dalle parole ai fatti"

Roma, 29 febbraio 1996



ATTI DEL CONVEGNO

Dott.ssa Anna Pecora
Introduzione

Prof. Donato Lauria
Attualità in patologia ambientale

Prof. Wolfram Thomas
Ambiente: garanzia o rischio per la salute

Prof. Marco Fusetti
Quando il rumore diventa patologia in otorinolaringoiatria

Gen. Francesco Pugliese
"Città e Aeroporti: trasporto aereo e tutela ambientale

Prof. Giuliano Quintarelli
Il problema cancro: un'analisi della malattia in Italia

Dott. Aldo Conidi
L'Associazione Nazionale Carabinieri e l'Ambiente

Dott. Luigi Iavarone
Sicurezza e prevenzione nel posto di lavoro e nei laboratori scientifici D.L. 626/94

Prof. Onorato Bucci
Per una cultura giuridica dell'ambiente quale principio di responsabilità ?

Prof. Vincenzo Pepe
Il diritto alla Protezione Civile

Ten. Col. Nicola Raggetti
Il Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri a tutela dell'ambiente

Ing. Ignazio Pecora
Ambiente sviluppo dell'occupazione: le oasi artificiali di ripopolamento ittico

Dibattito
Dott. Roberto Ieraci
Prevenire è meglio che curare

Prof. Norberto Campioni
Non solo ARS Oratoria


INTRODUZIONE

Dott.ssa Anna Pecora

Ringrazio tutti i presenti, gli Onorevoli e le Autorità per aver accettato il nostro invito e per essere qui con noi a discutere di Sanità e di Ambiente. Un sentito ringraziamento agli amici ed agli illustri relatori che hanno aderito all'iniziativa e che, con le loro autorevoli relazioni, permetteranno anche la stesura degli atti. Essendo rimasta anche io coinvolta dagli organizzatori del Centro Studi ed avendone accettato con convinzione l'incarico di responsabile del settore "Ambiente, Sanità e Ricerca", ho voluto dare vita a questo nostro incontro scientifico - culturale scegliendo argomenti che ritengo di vitale importanza per la nostra salute e per il nostro ambiente. Quale medico - specialista in gastroenterologia ed endoscopia digestiva - nel corso degli anni, o meglio, nel corso della mia attività professionale, ho potuto, purtroppo, constatare i danni, più volte irreparabili, arrecati da un ambiente inquinato e da un servizio sanitario qualche volta poco utile ed attento. L'aria irrespirabile, la città invivibile, la dieta errata, la vita stressante e la noncuranza di noi stessi, sono sicuramente i nostri primi nemici con i quali più volte siamo costretti a convivere. Ed è per questo che oggi dobbiamo fermarci e dobbiamo dedicare alla nostra vita un momento di attenta riflessione. Oggi, infatti, sentiremo parlare di salute, di prevenzione, di inquinamento, di volontariato, di ultime attuazione legislative, di tutela e di responsabilità ambientale, cercando di focalizzare e di isolare le loro negatività o quantomeno di tentarne l'isolamento per evidenziarne così solo i lati migliori. Grazie ai relatori che seguiranno, oggi, il nostro sarà un grande momento di riflessione e spero che possa essere anche motivo per presentare nuove proposte per una vita migliore. Adesso, limitandomi al solo ruolo di presentatrice, di ricercatrice e coordinatrice del convegno, rispettando l'impegno di brevità che in fase organizzativa ci siamo prefissi, cedo il microfono al Prof. Donato Lauria, mio primo Maestro di vita professionale che da sempre si è dedicato ai problemi dell'ambiente e della salute e che oggi ho voluto qui al mio fianco. Il Prof. Lauria, oltre ad essere docente presso la Facoltà di Medicina dell'Università di Napoli, è anche Presidente dell'Associazione Italiana di Patologia Ambientale e di Ecologia, e poiché noi del Centro Studi Roma - Europa 2000, qui a Roma, ne siamo anche sezione distaccata ci parlerà, appunto, della Patologia Ambientale. In sintonia con il pensiero d'azione del Centro Studi che vuole evidenziare il proprio carattere europeo, il Prof. Wolfram Thomas, di nazionalità tedesca, oltre ad esporre il suo rinomato ed apprezzato pensiero ambientale, dirigerà la sessione Sanità e Ambiente per la quale relazioneranno il Prof. Marco Fusetti, il Gen. Francesco Pugliese, il Prof. Giuliano Quintarelli, l'avv. Aldo Conidi e il Dott. Luigi Iavarone. Il Dott. Rodolfo Davoli, in virtù delle sue esperienze giornalistiche e professionali coordinerà, invece, la sessione Ambiente che vedrà impegnati il Prof. Onorato Bucci, il Prof. Vincenzo Pepe, il Col. Nicola Raggetti e l'Ing. Ignazio Pecora. Fuori programma seguirà, infine, un'interessante intervento del Dott. Roberto IERACI, socio fondatore, sul "Prevenire è meglio che curare". Sperando quindi che il Dibattito che ne seguirà possa essere oltretutto foriero di novità e di valide proposte, annuncio l'apertura dei lavori. Con i rinnovati ringraziamenti per l'attenzione che verrà posta in merito, mi è doveroso comunicare che tramite la S.I.T (Società Italiana Teletrasmissioni) questa Associazione è su Internet la cui chiave di lettura è: WWW. TELEMATICA.IT / ROMAEUROPA e, quindi, chi desidera può seguirci anche per via telematica.

ATTUALITA' IN PATOLOGIA AMBIENTALE

Prof. Donato Lauria

L'Ecologia Umana è rimasta sino alla metà dell'Ottocento dominio incontrastato dei biologi e dei botanici. Ernest Haechel fu il primo botanico ad intraprendere lo studio dei rapporti tra esseri viventi e ambiente. Negli ultimi decenni ricerche e osservazioni in special modo cliniche hanno gettato l'allarme sui pericoli causati alla salute umana da particolari condizione dell'ambiente naturale e inquinato, orientando l'interesse dei medici, economisti, giuristi, urbanisti, ingegneri, industriali, politici sulla Patologia Ambientale. Le migliaia di morti in una sola settimana per effetto dello smog in città altamente industrializzate come Tokyo, Londra, Los Angeles, Milano nel 1952 e a Napoli nell'inverno 1978/79 allarmarono la pubblica opinione e misero in risalto per la prima volta l'importanza dei rapporti tra salute umana e inquinamento della biosfera. Nella sola città di New York nel 1976/77 furono immesse nell'atmosfera per l'effetto delle combustioni domestiche 1.350.000 tonnellate di SO2. Nel 1984 l'emissione di SO2 , fu pari a 16.000.000 di tonnellate negli Stati Uniti e nel Canada, a 30.000.000 nella Germania Federale e in Gran Bretagna. L'anidride solforosa ricadendo sotto forma di piogge acide ha determinato fino ad oggi la distruzione di oltre metà dell'area forestale della Repubblica Federale Tedesca e la morte biologica di 4.000 laghi Svedesi. Ma l'episodio più eclatante di inquinamento ambientale quale fattore di malattia, in particolare cancro e leucemia, è stato il drammatico episodio di Chernobyl della primavera 1986, che interessò tutta la biosfera e contaminò almeno due continenti in modo massivo. Un ulteriore aggravamento dell'inquinamento atmosferico ha fatto costatare nella primavera 1988 la scomparsa degli scudi di ozono dal Polo Artico e in parte dell'Antartico. Tale riscontro ha causato l'allarme negli Istituti di Ricerca Internazionali. Il Dipartimento di Sanità Americano prevede che i raggi ultravioletti provocheranno nei promossi 40 anni in tutta la popolazione terrestre oltre 10 milioni di casi di melanoma, un aumento di tutta la patologia neoplastica e della incidenza della morte improvvisa. Inoltre la scomparsa degli scudi di ozono determinano diminuzione del fitoplacton negli oceani, aumento delle malattie cardiovascolari e della morte improvvisa per i radicali liberi e infine danno alla produzione agricola. Molteplici sono le cause che determinano la scomparsa del sottile strato di ozono ai poli; tra le principali l'inquinamento atmosferico causato dal traffico autoveicolare e da riscaldamento domestico. Le sostanze direttamente responsabili di questo fenomeno sono l'ossido di carbonio ed azoto, l'anidride solforosa, il freon e i fuorocarbonati. L'aumento nell'atmosfera di anidride carbonica e di ossido di carbonio ha causato negli ultimi anni anche l'aumento della temperatura della crosta terrestre con ripercussioni sullo scioglimento dei ghiacci delle banchine polari (effetto serra). Inoltre si è verificato un aumento della temperatura dei mari e degli oceani; sino a 70 metri di profondità e a 7 miglia dalla costa in sette anni la temperatura è salita di 1,7°C nel golfo di Napoli. La febbre dei mari e degli oceani provoca sempre più sofferenza e scomparsa di molte specie di pesci. Anche nel Pacifico è stato riscontrato un aumento della temperatura. Le nostre previsioni enunciate nei congressi si Scienza Ambientale di patologia Ambientale dal 1970 ad oggi e che riguardano l'inquinamento dei fiumi, dei mari, dei laghi, degli oceani la scomparsa progressiva delle foreste dell'Amazzonia e del Mozambico per taglio massivo e delle Foresta Nera nel centro Europa per la caduta delle piogge acide sono state confermate dal Worldwatch Istitute di Washington (1988, 1993). Per evitare un'estinzione di massa sarà necessario abbandonare del tutto politiche profondamente radicate e metodi di sfruttamento della terra consolidati. I biologi ritengono che almeno duemila specie di mammiferi, rettili ed uccelli dovranno essere allevati in cattività per sfuggire all'estinzione dovuta alla deforestazione e alla frammentazione degli habitat. I giardini zoologici non possono fare quasi nulla per le centinaia di migliaia di insetti ed intervertebrati in pericolo di estinzione. Anche i giardini botanici potrebbero contribuire al ripristino ecologico ospitando le specie vegetali minacciate che potrebbero poi essere restituite agli habitat naturali secondo precise strategie. L'uso dei pesticidi in agricoltura e la eliminazione degli scarti chimici industriali riversano ogni anno nell'ambiente centinaia di milioni di sostanze potenzialmente dannose. A livello mondiale circa settantamila composti sono attualmente di uso comune e ogni anno si aggiungono all'elenco da 500 a 1000 nuovi prodotti. L'atrazina e il betazone contaminano gran parte delle acque di superficie dei Paesi industrializzati; tali erbicidi sono potenzialmente cancerogeni ed inquinano mari e fiumi e oceani. E' stato calcolato che ogni anno finisce nel "mare nostrum" quasi un milione di tonnellate di petrolio contro i 4 milioni di tonnellate che nello stesso periodo vengono riversate complessivamente in tutti gli oceani. Queste cifre fanno del Mediterraneo l'area più inquinata di petrolio di tutto il resto del mondo. E a questa massa inquinante bisogna aggiungere 25 mila tornellate di zinco, oltre 9 mila di sostanze organiche, 4900 di piombo, 2800 di cromo, 1000 di azoto, 200 di mercurio, 150 di pesticidi. Per risolvere il problema grave dell'inquinamento bisogna affrontare e risolvere il problema ciclopico dello smaltimento dei rifiuti. La Patologia Ambientale è una nuova scienza basata comunque su acquisizione derivanti dalle carenze dell'ambiente naturale e da quello modificato dalla civiltà tecnologica in questi ultimi decenni. Ma mentre quello naturale può essere facilmente corretto poniamo ad esempio la correzione del gozzo endemico mediante la limitazione delle sostanze gozzigene (tiocinati), l'ambiente modificato dalla civiltà tecnologica presenta problemi di gran lunga più complessi. Infatti il deterioramento ambientale procede molto velocemente delle possibilità del suo risanamento. L'inquinamento come è noto segue leggi esponenziali per cui il rilevamento dei danni avviene in una fase tardiva rispetto alla possibilità di operare il risanamento dell'ambiente stesso. La Patologia Ambientale è dunque la branca della Patologia che riguarda le sindrome morbose conseguenti ai fattori naturali carenti per gli esseri viventi e ai disastri per l'alterazione degli ecosistemi. Compito principale di questa disciplina è di studiare l'ambiente in rapporto alla patologia e di indicare i criteri della sua prevenzione. Questa disciplina capovolge l'orizzonte sinora esplorato dalla Medicina e affronta il problema della salute umana rivoluzionando la metodica tradizionale che partiva dall'infermo e dalle singole malattie. Mentre la Medicina tradizionale descrive le malattie facendo qualche cenno finale all'influenza dell'ambiente sulle varie patologie, questa disciplina studia prima l'ambiente inteso come attività comportamentale dell'uomo, abitudini di vita, dieta, acqua potabile, microclima, composizione della biosfera, inquinamento da radiazione ionizzanti e non, fattori iatrogeni incidenti da traffico e i fattori patogenici correlati e successivamente prende in considerazione le malattie causate dall'ambiente naturale e da quello modificato dell'uomo attraverso i millenni. Ad esempio studia l'inquinamento atmosferico e contemporaneamente le malattie ad esso legate come la rinite e l'asma allergico, la bronchite cronica e il cancro al polmone, l'inquinamento del territorio e le malattie infettive, le acque potabili e la cardiopatia ischemica, le acque povere di ioduri e terreni ricchi di tiocianati e il gozzo endemico, la dieta raffinata povera di fibre e di oligoelementi e la colelitiasi, la malattia diverticolare e il cancro dell'intestino, la vita sedentaria e gli eccessi alimentari, l'arteriosclerosi e il diabete non insulino-dipendente, la mancanza di aule scolastiche razionali e di palestre idonee e la incidenza dei vizi di rifrazione nell'età puberale e l'aumentata violenza giovanile con l'eccessiva visione della TV. La Patologia Ambientale incide per parte anche nell'evoluzione della patologia genetica: la vita sedentaria e l'eccesso alimentare slatentizzano il gene latente del diabete mellito; l'impatto con le fave prova una crisi emolitica con emoglobinuria parassistica in un soggetto con emazie carenti di glucosio-6-fosfatodeidrogenasi; un'alimentazione ricca di cibi a base di carni e di altri alimenti appartenenti al ricambio purinico può scatenare una manifestazione gottosa e rappresentare un cofattore della cardiopatia ischemica. La Medicina Ambientale ridimensiona quindi il ruolo del farmaco e dei mezzi tecnici a fattori coadiuvanti il problema diagnostico e terapeutico e restituisce al fattore ambiente il ruolo di patogenico essenziale dalla patologia moderna.

AMBIENTE: GARANZIA O RISCHIO PER LA SALUTE

Prof. Wolfram Thomas

L'incomparabilità del pianeta terra consiste nelle sue condizioni che permettono l'esistenza di esseri viventi: una temperatura moderata, garantita da una irradiazione solare e filtrata, acque pulite ed una atmosfera ricca di ossigeno. Queste condizioni hanno reso possibile l'evoluzione dell'uomo come essere intelligente. Logicamente è solo lui in grado di capire la necessità dell'integrità dell'ambiente e solo lui è in grado di difendere l'ambiente contro violenza e distruzione. Naturalmente dovrebbe esserci un profondo interesse per i problemi dell'ambiente in tutti gli uomini. Dalla mia esperienza in Germania ricordo bene che all'inizio delle campagne per l'ambiente è necessario un ambizioso impegno individuale. Solo con una continua informazione ed educazione esiste la possibilità di risvegliare una larga e comune sensibilità per i problemi dell'ambiente. L'Italia dovrebbe essere, secondo me, un leader nella battaglia contro i problemi dell'ambiente per tre motivi:

  1. La protezione dell'ambiente chiede una profonda coscienza culturale. L'Italia possiede con la sua lunga storia culturale la forza logica di capire che sulla terra noi uomini siamo solo ospiti e da ospiti dobbiamo comportarci senza distruggere il luogo della nostra permanenza temporanea.
  2. L'Italia è stata probabilmente il primo paese che ha inquinato l'ambiente per conseguenze gravi. Nei tempi di massima fioritura del Regno Romano le fonderie per monete , armi ed armature hanno inquinato l'ambiente con il loro fumo ricco di sostanze dannose per la salute ed ucciso centinaia di migliaia di persone. Ora, nell'Antartide, sono state trovate le tracce di questo inquinamento di duemila anni fa.
  3. L'Italia è, secondo le mie informazioni, il primo paese con una legge scritta per la protezione dell'ambiente: nella prima metà del III secolo a.c. è stata pubblicata la "Lex Luci Spoletina", un regolamento legale che prevedeva durissime multe e punizioni per chi sporcava i boschi santi della regione Spoletina.
Secondo me l'invariata indifferenza nei confronti dei problemi dell'ambiente ha due cause:
  1. Le sostanze dannose alla salute molto spesso sono invisibili.
  2. La terminologia per le sostanze nocive è nuova, difficile e poco attraente.
Per facilitare la comprensione è importante sapere che nell'aria normale e nell'acqua pulita possano trovarsi delle componenti accidentali che derivano dal terreno, dalle piante e dalla attività umana. Se questi componenti sono dannosi per la salute parliamo di inquinamento. Chi è più informato sa che queste sostanze sono anidridi solforose, polveri, monossido di carbonio, biossido di azoto, idrocarburi, piombo e benzene. Chi è ancora più informato conosce anche la soglia delle quantità nocive. Il cittadino comune, però, capisce con amarezza il valore dell'inquinamento quasi soltanto quando, per causa dell'aumento pericoloso delle sostanze inquinanti, il traffico viene temporaneamente bloccato. Praticamente il fatto più importante è la conoscenza dell'origine di queste sostanze nocive: esse sono le fabbriche, gli impianti di riscaldamento e di climatizzazione, la combustione di materiali di plastica ed in ultimo, ma non di minore importanza, i motori delle auto, moto e motorini. Per la lotta contro l'inquinamento dell'ambiente (anche causato dalla sempre crescente popolazione sulla terra) sono necessarie azioni individuali e pubbliche (statali). Il controllo scrupoloso delle fabbriche con sanzioni e punizioni severe in caso di violazione è un compito delle istituzioni statali, però anche il comune cittadino dovrebbe allarmare le istituzioni autoritarie (carabinieri o lega ambiente), quando vede o sente situazioni inquinanti. In Germania vengono, senza discussione, chiuse fabbriche che non sono in regola per la protezione dell'ambiente. Impianti di riscaldamento e di climatizzazione dovrebbero essere utilizzati al minimo possibile. Sono da favorire nuove tecnologie (per esempio sulla base di gas) ed una produzione di energia alternativa (per esempio coltivazione e combustione di canna di bambù come già in altri paesi con clima meno favorevole). Per la riduzione dell'inquinamento causato dal traffico è inevitabile l'uso obbligatorio di marmitte catalitiche, stimolato da manovre fiscali e di prezzo. Lo stesso vale per la benzina verde. Contemporaneamente sarebbero necessari controlli tecnici regolari delle macchine. Solo macchine in regola possono circolare, le altre sono da ritirare dal traffico. Il traffico stradale va regolarizzato in modo coerente con l'installazione di semafori computerizzati. Come alternativa al mezzo di trasporto individuale il Comune deve disporre di mezzi pubblici in quantità sufficiente e in qualità pulita (non con motori più inquinanti in assoluto). Un impegno pubblico dovrebbe essere la promozione di lavori scientifici per lo sviluppo di carburanti alternativi come elettricità solare, idrogeno, gas, alcool. Il bello della cosa è che queste azioni sono poco costose in confronto ad altri investimenti spesso inutili, perché hanno bisogno soprattutto di un vero interesse comune da parte delle rispettive istituzioni statali. Per le persone singole occorre solamente una paziente educazione e larga sensibilizzazione nei confronti dei problemi dell'ambiente. Con un tale comportamento responsabile l'ambiente potrebbe perdere il suo attuale carattere pericoloso e rischioso per diventare di nuovo quello che è stato all'origine: un garante per la nostra salute e soprattutto per quella dei nostri figli.

QUANDO IL RUMORE DIVENTA PATOLOGIA IN OTORINOLARINGOIATRIA

Prof. Marco Fusetti

Nel 600 a.c. i Sibariti intuendo che esistesse un rapporto tra rumore e danno uditivo, emisero un editto che proibiva la lavorazione dei metalli all'interno della cinta muraria. Anche Plinio, del "De Rerum Natura", riferisce di una popolazione egiziana che aveva subito dei danni all'udito essendo sottoposta continuamente al fragore delle cascate del Nilo. Nella patogenesi della ipoacusia da rumore, esso va considerato come energia acustica eccessivamente ampia, e perciò traumatizzante, che le strutture sensoriali dell'orecchio interno processano allo stesso modo di stimoli sonori non traumatici. L'uomo vive immerso in una atmosfera rumorosa che rappresenta il sottofondo costante della sua attività. Onde evitare equivoci, quando noi parliamo di rumore lesivo, intendiamo livelli di pressione acustica superiore a 80-90 dB espressi in livelli equivalenti in un periodo variabile tra le 6 e le 16 ore. Tale situazione si verifica soprattutto per la lavorazione industriale e non si verifica quasi mai nella nostra quotidianità. La televisione, la lavatrice, il telefono cellulare, l'impianto stereo possono essere usati con tranquillità. Può essere pericolosa la permanenza per molte ore in discoteca, soprattutto se piccola dove si possono raggiungere dei livelli sonori suddetti. Come del resto avviene per qualsiasi suono, il rumore si propaga attraverso le strutture che compongono l'orecchio e quindi attraverso il condotto uditivo esterno, giunge all'orecchio medio (membrana timpanica, catena degli ossicini) come energia meccanica. Trasformandosi poi, in energia bioelettrica, giunge all'orecchio interno, e precisamente all'organo tale dei Corti; tale energia, producendo un movimento della perilinfa contenuta in tale organo, va ad attivare quelle che sono le stereociglia delle cellule ciliate esterne ed interne. Una delle osservazioni più precoci dello studio degli effetti del rumore, risalenti agli anni 50 è stata quella della maggiore sensibilità al danno da parte delle cellule ciliate esterne rispetto a quelle interne. Lungo l'organo dei Corti, a causa della loro maggiore distanza dal fulcro della membrana basilare, infatti, verrebbe provocato uno spostamento più ampio e più rapido delle stesse rispetto alle cellule ciliate interne. Per il ruolo critico svolto nei processi di trasduzione del segnale acustico, particolare attenzione è stata rivolta alle stereociglia delle cellule sensoriali. Il trauma acustico provocherebbe danni a vari livelli delle stereociglia. Si è osservata infatti, una rottura dei legami crociati e dei legami apicali, cioè di quei filamenti messi a ponte rispettivamente tra due stereociglia contigue o tra l'apice di uno stereocilium più corto ed il corpo di quello adiacente, più lungo. Più in generale, al di la dell'indubbio importanza delle stereociglia nella fisiologia del sistema uditivo, forse responsabili degli acufeni, l'ipoacusia indotta da rumore può essere correlata a danni strutturali praticamente a tutti i livelli dell'organo di Corte, dalle stereociglia ai corpi cellulari, dalle regioni sinapte alle terminazioni nervose post-sinaptiche. Osservando quello che sono le stereociglia al microscopio elettronico si può notare che, in un orecchio normale, esse sono disposte in ordine architettonicamente perfetto, in un orecchi danneggiato, e perciò sottoposto a trauma acustico, tale struttura è danneggiata. Accanto al danno meccanico, vi sarebbe poi alla base dell'ipoacusia da rumore un meccanismo di tipo metabolico. In linea generale, rumori ad alta intensità danneggerebbero la coclea direttamente, fino a provocare soluzioni di continuo a livello della lamina reticolare o veri e propri distacchi di porzioni di organo di Corti della membrana basilare. Esposizioni a rumori meno intensi ma presenti per un tempo maggiore, invece, danneggerebbero le cellule sensoriali innalzando i livelli metabolici mediante una serie di processi che vanno sotto il nome di "esaurimento metabolico". La combinazione dei due processi giustificherebbe il caratteristico andamento bifasico del recupero uditivo dopo esposizione a rumore impulsivo; dopo una iniziale riduzione della deriva temporanea di soglia (TTS) si ha la comparsa di un secondo picco di perdita uditiva 8-10 ore dopo la fine dell'esposizione. Da ricordare, inoltre, il contributo del sistema vascolare all'instaurarsi di una ipoacusia da rumore. Infatti, lesioni a carico della stria vascolare e del legamento spirale sono di frequente osservazione dopo esposizione di livelli di rumore medio-alti, anche se finora non sembra che il danno vascolare possa giustificare da solo la deriva di soglia. Accanto a manifestazioni di ipoacusia per esposizione cronica a rumore caratterizzati da danni riscontrabili a livello di tutte le frequenze più acute, il danno si può manifestare in maniera acuta anche per rumori di breve durata, ma di forte intensità. E' caratteristico infatti il rilievo audiometrico del segnale acustico acuto che si manifesta con un "deep acustico" a 4khz, cioè con un innalzamento della soglia a tale livello. Bisogna tener presente, però, che, essendo le cellule uditive di tipo "perenne", esse vanno comunque incontro, lungo il corso della vita, a processi fisiologici di degenerazione e distruzione che comportano il decadere della funzione uditiva. Tale fenomeno naturale prende il nome di "PRESBIACUSIA" a cui si aggiungono altre cause di diminuzione dell'udito legate all'inquinamento acustico che fa parte delle nostre condizioni di vita e di benessere. Di conseguenza alla presbiacusia, intesa come fenomeno biologico naturale, si aggiunge la "SOCIOACUSIA" intesa come somma di presbiacusia e di perdita uditiva da danno acustico ambientale. Tale termine, viene oggi generalmente impiegato per definire il decadimento della funzione uditiva che il trascorrere degli anni inevitabilmente provoca nell'uomo, in parte per un naturale processo fisiopatologico, in parte per l'intervento del rumore ambientale extra-lavorativo. Quando invece la perdita della funzione uditiva è attribuibile all'esposizione a rumore in ambiente lavorativo, si ha la "TECNOACUSIA". Fondamentalmente rimane un lavoro di Rosen effettuato su gruppi di campioni soggetti di età differenti esposti a rumore (abitanti di New York), paragonati a soggetti appartenenti ad una tribù primitiva del Sudan; i "Maaban". Dal punto di vista uditivo la situazione risultante è terrificante, vale a dire che la soglia media della capacità uditiva è aumentata di circa 15 anni negli abitanti di New York. La tecnoacusia e la presbiacusia ad una certa età (circa 50 anni), finiscono per combinarsi tra loro in modo aggiuntivo e simultaneamente prestandosi come ipoacusia neurosensoriale di tipo cocleare per le alte frequenze creando difficoltà nell'identificazione dell'uno o dell'altro agente lesivo della funzione uditiva. L'unico modo per determinare la componente di tecnoacusia è da rifarsi ad attribuzioni teoriche o meglio a studi statistici già condotti relativi al rapporto tra ipoacusia ed età. I dati relativi all'andamento medio del fenomeno sono riportati nella ISO 1999, dove è previsto un modello di previsione della presbiacusia, derivato dai dati epidemiologici di un campione di popolazione inglese. Tali dati non si discostano molto da quelli rilevati da Merluzzi in un campione italiano, a dimostrazione della equivalenza della presbiacusia nelle popolazione dei paesi industrializzati. L'oculato uso di questi dati relativi alla perdita uditiva permanente legata all'età e quelli relativi all'atteso deterioramento della soglia da esposizione lavorativa a rumore, può offrire una ragionevole stima dei relativi contributi nel soggetto esposto, tenendo comunque presente il valore statistico e non individuale del calcolo. A tutto ciò bisogna aggiungere alcune considerazioni di tipo clinico: la prima è che il rumore di particolare intensità non produce la stessa identica diminuzione della funzione uditiva in tutti i soggetti esposti. Infatti vi sono persone più suscettibili al danno da rumore e soggetti scarsamente suscettibili allo stesso. Tale suscettibilità individuale è legata da diversi fattori: caratteristiche statistiche dinamiche dell'orecchio medio (massa degli ossicini, caratteristiche della membrana timpanica e della membrana della finestra rotonda, modalità e caratteristiche di contrazione dei muscoli dell'orecchio medio); caratteristiche statistiche dinamiche dell'orecchio interno (spessore della membrana tectoria, caratteristiche della membrana basilare, densità delle cellule acustiche, vascolarizzazione dell'orecchio interno e modalità di utilizzazione dell'ossigeno caratteristiche chimico-fisiche dell'endolinfa). Inoltre c'é da tener presente che, i processi patologici che l'orecchio medio ed interno possono aver subito nel corso degli anni, esplicano un effetto protettivo verso il rumore stesso. Recentemente, si è aperto un nuovo filone di ricerca che complica ancora di più lo stato attuale delle nostre conoscenze su questo tema. Numerosi studi, infatti, condotti su animali, hanno dimostrato come una serie di esposizioni ripetute ad un particolare rumore, possano far variare in maniera determinante l'entità dell'ipocusia indotta dal rumore stesso. Questa suggestiva ipotesi, secondo cui la risposta del sistema uditivo al rumore può essere "condizionata" da una precedente esposizione, contrasta con il principio fino ad ora adottato dalla "pari energia", secondo cui ipoacusia indotta da rumore temporanea, o permanente, sia proporzionale alla quantità totale di energia ricevuta dal soggetto esposto. Questi studi hanno portato alla luce un secondo aspetto legato al rumore condizionante, cioè come una serie di esposizioni ripetute possano esercitare un effetto di protezione, di "resistenza" (toughening) sul sistema uditivo nei confronti di una deriva permanente di soglia (PTS) susseguente ad esposizioni allo stesso rumore, ma ad intensità più elevata. Questo principio fu già ipotizzato da noi quando negli anni 70 effettuammo uno studio statistico sulla perdita della funzione uditiva nei sommozzatori professionisti e, contrariamente a quanto era riportato in scarsi lavori di lettura, e quando teoricamente prevedibile, ci accorgemmo che il trauma acustico dei profondisti, nonostante la forte dose di rumore associato alle brusche variazioni di pressione fosse minimo proprio per il training a cui questi soggetti erano sottoposti prima del conseguimento del brevetto, che poteva aumentare in certo qualmodo la resistenza dell'orecchio stesso. Si è visto che, l'esposizione prolungata a rumore di elevata intensità, provoca nell'individuo una serie di disturbi, quale l'alterazione del ciclo sonno-veglia, tachicardia e tachipnea, cefalea, agitazione psico-motoria, vasocostrizione periferica ed ipertensione, diminuzione della motività intestinale; tali disturbi sono comunque rilevabili in soggetti che sono sottoposti a stress di varia natura. Per evitare ciò e quindi per migliorare le condizioni lavorative degli individui che svolgono attività esposte a rischio, si dovrebbero svolgere delle indagini cliniche degli stessi, presso centri specializzati sia al momento dell'assunzione che durante l'attività lavorativa, sottoponendo i lavoratori ad esame audiometrico tonale limitare ed eventualmente inviando allo specialista audiologo o otorinolaringoiatra tutti quei casi che presentano ipoacusia. Concludendo si può affermare che l'ipoacusia da rumore è bilaterale, simmetrica e di tipo neurosensoriale con recruitment. Essa ha inizio con un caratteristico deep acustico a 4000 Hz che poi si allarga verso i 2000-3000 Hz ed infine volve fino gli 800 Hz. Quando cessa l'esposizione al rumore l'evoluzione peggiorativa della ipoacusia si arresta, ma il danno prodotto da trauma acustico permane ed è irreversibile. Quasi sempre sono presenti acufeni, che il più delle volte insorgono tardivamente rispetto il trauma acustico ed accompagnano il soggetto per molti anni. In definitiva, qualsiasi tipo di rumore, sia di media che di elevata intensità, a lungo andare provoca delle conseguenze nel soggetto che si manifestano come malattia da stress o con l'evidenziazione della tipica curva di ipoacusia da rumore, potendo tutto ciò compromettere quella che è l'integrità psicofisica dell'individuo.

"CITTà' E AEROPORTI: Trasporto aereo e tutela ambientale"

Gen. Francesco Pugliese

Sento il dovere, innanzitutto, di ringraziare il Centro Studi "Roma-Europa 2000" ed i promotori di questa iniziativa per l'importanza e l'attualità' del tema del Convegno e per il cortese invito rivoltomi, quale Direttore Generale dell'Aviazione Civile, per fornire un contributo nel settore aereo, con particolare riferimento alla tutela dell'Ambiente nel rapporto Città e Aeroporti. Credo sia opportuno ricordare preliminarmente le "ragioni storiche" per cui la maggior parte degli aeroporti italiani risulta geograficamente ubicata nelle immediate vicinanze di grandi centri urbani. Come è noto, molti aeroporti civili derivano da un cambiamento del loro precedente " status " di aeroporti militari, realizzati in genere prima della II Guerra Mondiale, quando la tutela dell'ambiente non costituiva ancora un problema e gli aeromobili - per la loro semplicita' - non risultavano particolarmente inquinanti . Si trattava, per altro, di aeroporti di modeste dimensioni e con pochi velivoli rischierati, per evitare che una loro concentrazione potesse costituire un obbiettivo pagante. Se si tiene anche conto degli scarsi mezzi disponibili all' epoca per gli spostamenti in superficie, nonché' della necessita' di un pronto intervento del mezzo aereo a difesa dei grandi centri urbani, appaiono di tutta evidenza le ragioni per cui oggi in Italia molti aeroporti civili - in quanto ex militari - risultano ubicati in prossimita' di grandi citta' e talvolta perfino assorbiti nel contesto urbano a seguito del notevole sviluppo edilizio registrato nel dopoguerra. Negli altri paesi la situazione non è molto diversa da quella sopra illustrata, ma nel nostro risulta accentuata per la particolare natura orografica, per la elevata densita' della popolazione e per il fatto che la nostra aviazione militare costituiva fin dal periodo anteguerra una forza aerea d' avanguardia e quindi con una diffusa estensione territoriale. Gli aeroporti progettati nel nostro Paese per specifiche esigenze civili sono pochi ed, anche se realizzati di recente, hanno purtroppo risentito della mancanza di idonee aree deconcentrate, nonché della generalizzata tendenza a collocare gli aeroporti nelle vicinanze dei grandi bacini di utenza. Per completare il quadro occorre infine prendere atto del fatto che anche gli aeroporti realizzati come civili - favorendo lo sviluppo locale di molteplici attivita', con consistenti insediamenti abitativi, spesso anche abusivi, - risultano oggi "circondati", direi "assediati", da costruzioni di ogni genere. L'attività che si svolge sugli aeroporti, per il rumore causato dai motori dei veivoli e per l' emissione dei gas di scarico, finisce quindi per coinvolgere spesso un rilevante numero di persone che vivono comunque nelle aree adiacenti l' aeroporto. Poiché la procedura di avvicinamento strumentale dei velivoli impone il sorvolo a bassa quota anche di aree lontane che si trovano sul prolungamento della pista di volo, i disagi in parola incidono non di rado anche su insediamenti distanti dalle infrastrutture aeroportuali. Questo è il quadro generale che caratterizza geograficamente il rapporto Città-Aeroporti nel nostro Paese . Poiché questo Convegno, trattando il tema dell' ambiente, pone l' accento sui fatti, vediamo che cosa è stato gia' attuato e quali iniziative sono in corso nel settore del trasporto aereo per ridurre i disagi derivanti dall' impiego degli aeromobili. La nuova legge quadro in materia di inquinamento acustico (L. 447/95 ) si è giustamente interessata anche degli effetti sull' ambiente prodotti dall' attivita' aerea civile. Infatti l' indagine condotta nei primi anni 80 dall' OCSE (Organizzazione per la Cooperazione per lo Sviluppo Economico), presso i Paesi facenti parte della stessa organizzazione, ha accertato che circa lo 0,5 % della popolazione europea risulta esposta a livelli di rumore aeronautico superiori ai limiti di ammissibilita'; negli Stati Uniti tale percentuale è decisamente piu' alta in quanto raggiunge circa il 2% della popolazione. Il provvedimento legislativo in parola indica le linee guida e delega il Governo ad emanare alcuni decreti per l' individuazione dei criteri tecnici per consentire l' analisi del fenomeno, fissando le soglie di tollerabilita' e, per quanto riguarda gli aeroporti, le zone di rispetto per le aree e le attivita' aeroportuali, nonché le modalita' per regolare l'attivita' urbanistica nelle suddette zone di rispetto. Il decreto del Ministero dell' Ambiente di concerto con il Ministero dei Trasporti e della Navigazione è in fase di definizione finale, essendo stato predisposto da tempo come disegno di legge, allorché non si conoscevano ancora i tempi di definizione della legge quadro e si intendeva quindi regolamentare l' esposizione al rumore derivante dall'attivita' aeronautica civile. Per analizzare il fenomeno dell' inquinamento acustico la Direzione Generale dell'Aviazione Civile ha avviato sull' aeroporto di Fiumicino un impianto di rilevazione del rumore prodotto dagli aerei che consente di individuare, attraverso un sistema che utilizza le tracce radar degli aerei in fase di atterraggio e decollo, l' entita' (decibel) dell'evento rumoroso (atterraggio o decollo), il soggetto che lo determina e l'eventuale utilizzo di spazi aerei diversi da quelli codificati. Tale impianto, attualmente affidato alla societa' di gestione dell' aeroporto di Fiumicino, rappresenta una anticipazione delle iniziative previste nella legge quadro e nel redigendo decreto, in quanto ha consentito di realizzare uno strumento conoscitivo del fenomeno e quindi utile a definire le successive azioni da adottare. Ulteriori impianti di monitoraggio, a seguito di un accordo di programma in corso di definizione con il Ministero dell' Ambiente, saranno realizzati a breve anche su altri aeroporti situati in prossimita' di estesi centri urbani; tra questi rientrano gli scali di Napoli, Catania, Ciampino, Torino, Bologna e Milano-Linate. Oltre a ciò l'Aviazione Civile italiana da tempo sta operando, in accordo con le indicazioni dell' Organizzazione Internazionale dell' Aviazione Civile ed anche in ambito Unione Europea, per l' abbattimento delle emissioni sonore prodotte dagli aeromobili. In particolare nel 1994 è stata recepita la Direttiva Comunitaria che fissa norme restrittive in materia di immatricolazione degli aerei, ed a Marzo 1995 è stata recepita la direttiva comunitaria che detta norme piu' severe su l' utilizzazione degli aerei piu' rumorosi. Ciò consente, gia' da ora, l' impiego sul territorio italiano di aerei dell' ultima generazione, e quindi meno inquinanti, con alcune deroghe (fino al 2002) che riguardano i movimenti degli aerei dei Paesi in via di sviluppo. Oltre l'inquinamento acustico degli aeromobili sono naturalmente anche causa di inquinamento atmosferico. L'inquinamento causato dai gas di scarico dei veivoli ha pero' un incidenza trascurabile in confronto alle altre fonti di inquinamento dell' atmosfera. In ambito aeroportuale, infatti, l' emissione dei gas di scarico degli aeromobili rappresenta solo il 5% dell' analogo inquinamento totale. Ciò è abbastanza intuitivo se ci si limita al movimento dei velivoli al suolo; mentre l'emissione dei gas di scarico in volo ed, in particolare, in alta quota puo' far sorgere qualche interrogativo. Al riguardo qualche risposta ci viene fornita dal Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare che, inserito nell' Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM), attraverso una rete di monitoraggio mondiale, effettua delle misurazioni della composizione dell' atmosfera . Tali misurazioni vengono effettuate nelle 160 nazioni - fra cui l' Italia (Monte Cimone 2.160 m) - che aderiscono oggi all' OMM. I dati riscontrati vengono utilizzati per individuare ulteriori modificazioni delle concentrazione dei gas ad effetto serra nell' atmosfera, variazioni nello strato di ozono e nel trasporto a lungo raggio degli inquinanti. La rete di monitoraggio dell' OMM per la misurazione della composizione dell'atmosfera rileva l' inquinamento di fondo (i vari componenti chimici vengono misurati in forma diluita, in conseguenza del trasporto protratto per migliaia di chilometri) e quindi non è in grado di valutare l' incidenza dell' inquinamento causato dai gas di scarico degli aeromobili in rapporto a tutte le altre fonti di inquinamento. Per quanto attiene invece , alla modificazione dello strato dell' ozono, dovute alle attivita' dell'uomo, al fine di rispondere all' opinione pubblica in merito alla minaccia determinata dai gas di scarico degli aeromobili supersonici, l' OMM ha approntato, fin dal 1975, un Rapporto nel quale si afferma che la minaccia di cui trattasi e da attribuire fondamentalmente all' inquinamento delle attivita' industriali piuttosto che agli aerei supersonici che occasionalmente volano nella stratosfera. Non è mai agevole trovare un giusto equilibrio fra esigenze contrastanti; non è quindi obbiettivamente facile trovare un adeguato contemperamento fra le necessita' di garantire il soddisfacimento di un diritto essenziale, quale è quello del trasporto aereo che comporta inevitabilmente dei disagi per alcuni, e il diritto a vivere in un ambiente confortevole e salutare che tutti giustamente rivendichiamo; posso pero' assicurare che una parte rilevante dell' impegno quotidiano di Civilavia e volta proprio al perseguimento di questo obbiettivo.

Avviandomi alla conclusione, ricordo in sintesi i fatti :

Certo molto resta ancora da fare; ma, come gia' detto, il Ministero dei Trasporti è al momento impegnato, unitamente al Ministero dell' Ambiente proprio nella messa a punto dei decreti attuativi della recente legge quadro. In tale contesto, mi sembra opportuno sottolineare che è prevista anche l'applicazione di sanzioni ai vettori che non rispetteranno le regole stabilite per l'utilizzo delle infrastrutture aeroportuali. Quale Direttore Generale dell'Aviazione Civile rinnovo in questa sede il proponimento di portare avanti con determinazione tutte le iniziative gia' avviate, ma non posso fare a meno di concludere con un immagine che evoca la mitologica di Sisifo: ogni sforzo rischia di essere vanificato che non si pone rimedio all' intesa continua edificazione che si riscontra attorno agli scali aeroportuali, spesso anche in maniera abusiva, disattendendo i vincoli stabiliti dalla legge n. 58 del 4 febbraio 1963.

IL PROBLEMA CANCRO: UNA ANALISI DELLA MALATTIA IN ITALIA

Prof. Giuliano Quintarelli

Dei 234 tipi di tumore che colpiscono l'uomo, 100 di essi sono i più frequenti e tutti si manifestano con una caratteristica comune: l'insofferenza soggettive inavvertibile e la tendenza a diffondersi nell'organismo. Pertanto, se la loro crescita non è scoperta precocemente ed arrestata in tempo utile, l'evento finale è l'exitus. L'incidenza e la mortalità per cancro sono in aumento in tutto il mondo e la situazione italiana non si discosta da quella degli altri Paesi industriali. In Italia la mortalità per cancro è salita dai 66.000 casi nel 1957 ai 95.943 nel '70 ai 174.804 nel 1994. Questo continuo aumento è in larga misura dovuto alla costante crescita della società industriale, dei suoi prodotti, dei suoi veleni. Infatti il 90% di tutti i tumori sono dovuti alle contaminanti ambientali ed ai milioni di scorie industriali. Nel 1958 sulla superficie terrestre esistevano non più di 1 milione di sostanze chimiche tra naturali e sintetiche. Nell'arco di 28 anni (1954-1982) ne furono sintetizzate oltre 3 milioni, e, attualmente, l'American Chemical Society registra ogni ora nuovi prodotti chimici. Per cui se negli anni '30 1 individuo su 8 era colpito da cancro negli anni '90 1 su 2 ne è affetto e nel 2000 le previsioni sono 1 su 2 cioè una vera e propria epidemia.

LE CAUSE
Il fumo del tabacco, da solo, è la causa del 30% di tutti i tumori e detiene il record non solo per quanto attiene il tumore del polmone, ma contribuisce anche all'insorgenza di 6 altre forme neoplastiche che colpiscono: il rene, il cavo orale, la vescica, la laringe, il pancreas, l'esofago. Assieme al fumo, l'alimentazione rappresenta l'altra importante causa delle neoplasie che incide per un altro 30% nella loro insorgenza. oggi non pochi prodotti alimentari sono contaminati da ormoni, pesticidi, diserbanti, fertilizzanti per cui si assiste ad un progressivo, continuo aumento dei tumori dell'intestino (retto-colon). Negli ultimi 30 anni l'italiano ha modificato il tipo di alimentazione aumentando l'uso delle carni di oltre 310%, quello del formaggio del 116%, quello del latte di oltre l'80%. In questi ultimi tempi si è assistito ad un continuo aumento del consumo di carne bovina e ad un ridotto consumo di carni bianche. Inoltre, l'alimentazione principe degli italiani consiste in amidacei (pane, pasta, legumi e cereali in genere) subisce un generale decremento nei consumi. Per quanto attiene infine alla utilizzazione dei grassi vi è stato nell'alimentazione media dell'italiano in questi ultimi 20 anni un aumento di oltre 150%. Circa l'uso delle bevande alcoliche il consumo di alcool nel nostro Paese è tra i più elevati. Infatti, dopo la Francia l'Italia è la nazione di maggior consumo di bevande alcoliche ed il loro uso è progressivamente aumentato per cui, nell'arco di soli 10 anni, ha raggiunto un massimo pro-capite l'anno di 116 litri, comprendendo il consumo di vino, di birra e di super alcolici. E' difficile scomporre le cause delle neoplasie di origine esclusivamente alimentare da quelle dovute alle bevande alcoliche anche perché l'assunzione di entrambe non determina solamente un effetto sommativo ma, non di rado ha anche effetto moltiplicativo. Recenti studi statistici condotti nel nostro Paese indicano chiaramente un aumento globale dei tassi di mortalità per tumore con un aumento negli ultimi 20 anni del 25% per quanto riguarda i cancri del cavo orale, del 22% quelli dell'esofago, del 63% per quelli della laringe e di quasi il 200% per quelli del fegato e delle vie biliari. Da questi dati si può trarre una prima importante conclusione: l'incidenza della malattia neoplastica potrebbe ridursi di oltre il 50% se soltanto ognuno di noi, conoscendo le cause che le determinano si sapesse correttamente gestire. Infatti il fumo e l'alimentazione da soli determinano oltre il 60% di tutti i tumori che affliggono l'uomo. Pertanto il fattore chiave per accrescere la sopravvivenza è quello di modificare il nostro stile e di riunire a diagnosticare l'insorgenza della neoplasia in tempo utile per arrestare, comunque ridurne la diffusione nell'organismo. DA QUI NASCE IL CONCETTO DI PREVENZIONE che si deve inizialmente esprimere mediante una campagna di informazione ripetuta e chiarificatrice, abbattuto così quel tabù tradizionale che blocca le menti e le intelligenze di fronte alla malattia neoplastica.

I RICOVERI PER TUMORI
I ricoveri per tumori sono aumentati in 20 anni (1971-1991) del 123% (da 402.084 a 896.996) per un totale di giornate di degenza di 12.452.475. Nello stesso periodo si sono intensificate le degenze per singolo organo, in certi casi con un aumento del 215%, come nel caso della vescica e del 155% per il fegato e per le vie biliari. Per quanto attiene alla mortalità questa è accresciuta ad un punto tale per cui in 20 anni ad un aumento della popolazione del solo 4,8% la mortalità è salita a valori pari al 48%. Con le dovute proporzioni nel 1994 si è raggiunta l'inaccettabile cifra di 174.804 decessi, per cui purtroppo constatare che, sebbene nel nostro Paese l'incidenza delle neoplasie è notevolmente inferiore rispetto a quella americana, la mortalità, invece, è nettamente superiore. Ciò dimostra la totale mancanza di un programma di prevenzione nazionale. Le spese per tumore sostenute dallo Stato si avvicinano di molto ai 10.440 miliardi di lire. Se poi si considerano quelle per i trattamenti terapeutici successivi: cioè radioterapie, chemioterapie, immunoterapie i relativi follow-up, la cifra supera i 13.000 miliardi! E' importante qui sottolineare che questa cifra riguarda soltanto i costi diretti senza tener conto dei costi indiretti per la mancata produttività. Oggi, ogni giorno di degenza ospedaliera costa in media dalle 700.000 ad 1.000.000 di lire. i tempi di degenza medi variano, a loro volta, da 17,1 ai 20,4, mentre negli Ospedali di provinciale degenze per i soli accertamenti diagnostici arrivano anche a 10-15 giorni. Questi ritardi sono in genere dovuti al fatto che molti ospedali, non avendo in dotazione le apparecchiature necessarie, inviano i pazienti con il "sistema navetta" ai centri ospedalieri più attrezzati, per le indagini strumentali. Spese così elevate, potrebbero, forse avere un senso se si ottenessero guarigioni stabili. Invece, ciò che troppo spesso accade, i costi-benefici sono a tutto svantaggio di questi ultimi in quanto oltre il 70% dei pazienti oncologici viene ricoverato già con malattia conclamata e, quindi, le terapie che vengono utilizzate hanno un carattere sostanzialmente palliativo.

PERDITA DELLA FORZA LAVORO IN ETA' PREPENSIONISTICA
20 anni fa' la perdita della forza lavoro in età prepensionistica nel Paese era dovuta soprattutto alle malattie cardio-circolatorie. In questi ultimi 20 anni, grazie alle più aggiornate terapie, la mortalità per questo tipo di patologia si è ridotta di oltre 30%. Nell'ambito della malattia neoplastica invece, la perdita della forza lavoro in età prepensionistica coinvolge, oggi, oltre il 40% degli uomini e il 21% delle donne. Pertanto, se in questi anni prevenzione fosse stata fatta almeno 50.000 persone sarebbero oggi in vita e reinserite nel loro tessuto familiare e lavorativo.

I PROGRAMMI DI PREVENZIONE
L'attività diagnostica mirata alla prevenzione oncologica non richiede ospedalizzazione ed è eseguita ambulatoriamente con notevole risparmio nella spesa sanitaria. Inoltre, la scoperta di un tumore in fase iniziale ed operabile richiede un numero più ridotto di giornate di degenza con una conseguente riduzione sui costi di gestione. La diagnostica offre i seguenti vantaggi:

  1. consente la rimozione della neoplasia allo stato iniziale;
  2. può così raggiungere la guarigione oppure
  3. riduce nel tempo l'eventuale insorgenza di metastasi
  4. riduce notevolmente la degenza ospedaliera
  5. riduce i follow-ups terapeutici
L'applicazione pratica della prevenzione si svolge essenzialmente attraverso fasi operative di cui la prima riveste la massima importanza perché riguarda la parte educativo-divulgativa. I messaggi radiotelevisivi diffondendo una informazione programmata e continua, in analogia a quanto si è fatto e si sta tuttora facendo per l'AIDS, consente di far superare il blocco mentale esistente nei confronti di questa patologia abbattendo così lo stereotipo culturale che da troppo tempo affligge l'italiano. La parte dedicata all'informazione rappresenta perciò il "primum movens" per il successo della seconda fase quella cioè a carattere epidemiologico che consente di stabilire con anni di anticipo se il soggetto in esame presenta elementi di rischio oncogeno che, nel tempo, possono condurre all'eventuale insorgenza di un tumore. Pertanto, se la prevenzione secondaria fosse regolarmente applicata almeno il 30% di pazienti sarebbe tuttora in via e reinseriti nel loro tessuto familiare e sociale: oltre 50.000 persone sugli oltre 174.000.

PREVENZIONE PER I PROSSIMI VENTI ANNI (1991-2011)
Per concludere si desidera qui sottolineare quanto sostenuto dalla Commissione Statunitense di Oncologia nominata dal Presidente Clinton il 23 Settembre 1993 per dar ragione al popolo americano dei 20 anni di ricerca sul cancro. La Commissione concludeva i suoi lavori sostenendo che "...nonostante un investimento in 20 anni di ricerca di oltre 29 milioni di dollari (pari cioè ad oltre 47 mila miliardi di lire) nonostante i miglioramenti delle terapie ed in un migliore comprensione dei problemi di carattere molecolare inerenti il cancro, sia l'incidenza che la mortalità si sono rivelate, comunque, in continuo aumento". E' stato quindi sostenuto che se investimenti giganteschi (40 mila miliardi di lire in 20 anni) sono stati profusi con così scarsi risultati ai fini dell'incidenza della mortalità, oggi bisogna puntare sulla prevenzione. Perché la prevenzione significa ripulire l'ambiente, i posti di lavoro, come nutrirsi, il nostro stile di vita. Ci sembra che questa conclusione si attagli perfettamente al nostro Paese.


La lega Italiana per la lotta contro i tumori, Sezione di Roma, è un Ente di Diritto Pubblico che non ha scopi di Lucro. Pertanto le prescrizioni mediche che vengono offerte alla comunità sono tutte gratuite.

Queste consistono in:

  1. colloquio con il medico per impostare gli accertamenti diagnostici strumentali necessari.
  2. visita medica generica
  3. visita ginecologica
  4. visita senologica
  5. visita proctologica
  6. visita prostatica
  7. consulenza per la patologia tiroide.
Infine, per ogni paziente la Lega offre, gratuitamente, l'Iemoccull, cioè il test per il sangue occulto nelle feci, che rappresenta una spia per una eventuale patologia dell'intestino. Per quanto attiene alle diagnostiche strumentali questa riguardano i seguenti esami:
  1. mammografia bilaterale
  2. ecografia mammaria bilaterale
  3. ecografia epatica e pancreatica
  4. ecografia della pelvi (utero e annessi)
  5. ecografia renale
  6. ecografia della prostata
  7. retto-sigmoidoscopia
  8. colposcopia
  9. pap-test
Secondo il S.S.N. questi accertamenti hanno un costo che supera le 600.000 lire. La Lega di Roma, invece, richiede solo il rimborso delle spese per il materiale di consumo. Pertanto, il cittadino in età lavorativa che dovrà sottoporsi agli esami sopra descritti dovrà sostenere, in forma di oblazione, la spesa di lire 150.000, mentre per i pensionati l'oblazione dovrà essere di lire 100.000. In entrambi i casi il paziente avrà diritto alla tessera di socio con la quale potrà usufruire di tutte le attività diagnostiche sopra descritte nell'arco di un anno.

P.S.
si fa presente che nel caso in cui nel corso degli esami si accertasse una qualsiasi patologia benigna o maligna, la Lega ha firmato una serie di convenzioni con la Facoltà di medicina dell'Università degli Studi "La Sapienza" per cui, qualora il paziente lo richieda, vi è la possibilità di un sollecito ricovero presso le Cliniche Universitarie.

L' ASSOCIAZIONE NAZIONALE CARABINIERI e L'AMBIENTE

Dott. Aldo Conidi

Prima di entrare nello specifico dell' intervento che mi è stato assegnato, ritengo utile fornire una panoramica sull' ANC, che da alcuni anni rivolta il suo impegno nell'attivita' di volontariato. L' ANC nasce a Milano nel 1886 (esattamente il 1 Marzo di 110 anni orsono) come Sodalizio di mutua assistenza tra Carabinieri reali in congedo e, nel corso degli anni, passando attraverso conflitti e mutamenti sociali ha subito profonde modificazioni nella sua composizione e nella sua struttura giuridica. L'attuale statuto, approvato nel 1954 con un decreto del Presidente della Repubblica, anche se concepito in una societa' molto diversa da quella odierna, consente all'ANC di operare nell' ambito del volontariato, senza entrare in contrasto con gli scopi precipui di un' Associazione d'Arma. Il numero degli iscritti è circa 110.000 carabinieri in servizio, oltre 180.000 in congedo ( compresi i familiari simpatizzanti ), suddivisi in 1600 sezioni sparse su tutto il territorio nazionale e 15 all' estero. Come accennato prima, i soci ANC sono impegnati in vari settori del "Pianeta Volontariato" e, in particolare, nella vigilanza ai Musei e aree archeologiche, vigilanza all'esterno delle scuole, assistenza anziani, portatori di handicap, persone in stato di bisogno, nella Protezione Civile e, ovviamente, nella vigilanza dell' ambiente, avvistamento e segnalazioni di incendi boschivi. In conseguenza del pesante "bollettino di guerra" contro gli incendi boschivi registrato nel 1993 (oltre 200.000 ettari di vegetazione in fumo), in conclusione di un decennio che ha visto la distruzione di 1.500.000 ettari (che significa una superficie superiore a quella della Campania), nel 1994 l' ANC stipula con il Dipartimento della Protezione Civile una convenzione per la "partecipazione all' opera di avvistamento e segnalazione di incendi boschivi". L' azione di controllo del territorio e di allertamento delle autorita' competenti per prevenire e contrastare la diffusione del fenomeno è stata effettuata nelle regioni a piu' alto rischio: Sardegna, Calabria, Lazio, Campania, Toscana, Liguria dal 1° Luglio al 31 Ottobre 1994, ripetendosi poi per lo stesso periodo nel 1995.

In piena autonomia organizzativa, secondo la propria esperienza istituzionale ed in collaborazione con le autorita' e le forze dell' ordine, le numerose sezioni impegnate hanno ottenuto un lusinghiero successo e ampi riconoscimenti. Tra questi merita ricordare l' assegnazione all'ANC del 1° premio edizione 1994 del prestigioso "Premio Europeo Ambiente" Globo d'oro e di una targa speciale da parte del Comune di Roma.

Sulla sorta dei positivi risultati conseguiti nel corso degli eventi fronteggiati in passato, il 12 Febbraio scorso è stata sottoscritta una nuova convenzione, valida per l' intero anno solare e per tutto il territorio nazionale che prevede l'affidamento all'ANC di:

E' di tutta evidenza l'evoluzione compiuta dalla nuova convenzione che travalica l'ambito stagionale e territoriale della prevenzione degli incendi e s' inserisce in un complesso di adempimenti che riporteranno i soci ANC a disimpegnare ancora una volta quelli che furono i loro "compiti d' istituto". In aggiunta a quest' azione che impegnera' l'ANC nel suo complesso, molte sezioni sono gia' impegnate autonomamente nella salvaguardia dell'ambiente; valgono per tutte alcuni esempi: Le sezioni di Ercolano e Torre Annunziata, in accordo con la Capitaneria di Porto, hanno provveduto alla pulizia dell' arenile e delle aree verdi cittadine. A Cesano Maderno, un gruppo di soci collabora con le autorita' locali nella salvaguardia del patrimonio ambientale. I soci della sezione di San Godenzo sono intervenuti nel ripristino di un sentiero e di una sorgente nel Parco Nazionale del Monte Falterona e delle foreste Casentinesi. Ma qual'è il punto di forza dell'ANC, la conferma che trattasi di un impegno a " fatti " e non soltanto a " parole ".....? E' che esso viene svolto da persone particolarmente qualificate e affidabili per esperienza, con un bagaglio di secoli di storia al servizio dell' Italia, la cui opera silenziosa e spesso sconosciuta ha riscosso unanime apprezzamento e riconoscimento da parte della popolazione.

SICUREZZA E PREVENZIONE NEL POSTO DI LAVORO E NEI LABORATORI SCIENTIFICI - D.L. 626/94

Dott. Luigi Iavarone

Rivolgo innanzi tutto un ringraziamento agli organizzatori di questo Convegno e a tutti voi qui presenti.
L'esiguita' del tempo a disposizione rispetto alla vastita' dell' argomento non mi permette di trattare compiutamente il tema in oggetto e pertanto mi limitero' ad alcune considerazioni fondamentali circa la rapida evoluzione che il progetto tecnologico sta ponendo a tutti i livelli della societa' contemporanea, determinando altresi' condizioni di fasi nuove di sviluppo industriale nonché forme nuove di organizzazione del lavoro.
Quest'ultimo aspetto costituisce l' obbiettivo primario cui tendere per raggiungere il livello massimo di sicurezza.
Infatti la crescente sensibilita' della societa' verso la tutela della salute e dell' ambiente ci invita a riflettere sul rapporto esistente tra mondo produttivo e sicurezza sul lavoro.
La Costituzione della Repubblica Italiana pone "la tutela della salute come fondamentale diritto dell' individuo e interesse della collettività" (art. 32); in particolare l' art. 35 secondo cui "La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni" e l' art. 41 secondo cui l' iniziativa privata è libera . Non puo' svolgersi in contrasto con l' utilita' sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla liberta', alla dignità umana " rappresentano il fondamento giuridico piu' significativo del processo di sviluppo e perfezionamento della legislazione in materia di sicurezza del lavoro.
E' significativo a tale riguardo l'introduzione della nostra legislazione del D.L. vo 626 del 1994: costituisce infatti una carta di diritti-doveri per le imprese e lavoratori. L'inserimento del 626 ha catalizzato per molto tempo e continua a suscitare l' interesse non solo di grandi imprese e sindacato, ma anche di una vasta componente del settore economico-industriale del nostro Paese. Questo travagliato e faticoso recepimento di 8 fondamentali direttive comunitarie rappresenta una vera e propria "Rivoluzione Copernicana".
Modifica radicalmente l' approccio alle problematiche di sicurezza e igiene sui luoghi di lavoro rispetto alla precedente legislazione, in quanto introduce il principio della valutazione dei rischi.
Difatti ora la prevenzione investe l' intera organizzazione aziendale che va dal Dirigente, al Preposto, al lavoratore.
Mentre l'art. 4 del DPR 547 del 1995 prevedeva la figura del datore di lavoro come semplice " controllore " ed " esecutore " di quanto previsto dai singoli articoli, l'art. 4 del D.L.vo 626 impone al datore di lavoro l' obbligo giuridico di predisporre il documento che contiene la relazione sull'identificazione dei rischi, il programma delle misure di prevenzione e protezione da realizzare e l' individuazione concreta di quelle che saranno attuate nel futuro con lo scaglionamento dei relativi interventi.
Come si vede la disciplina della sicurezza sul lavoro rappresenta e rappresentera' sempre piu' negli anni a venire il punto di partenza per una piu' concreta ed efficace prevenzione dei rischi lavorativi. Dovrà necessariamente raffigurare la sintesi di un processo di indagine articolare e multidisciplinare. Dobbiamo dire purtroppo che il Governo, pur avendo avuto a disposizione oltre un anno di tempo per assistere le singole aziende a districarsi nel ginepraio della nuova normativa, non ha dato risposte chiare ed esaustive. Ahimé! non c'è quindi da stupirsi quando nel corso del Telegiornale dell' altra sera abbiamo potuto apprendere l' ennesima vittima - non ultima purtroppo - verificatasi nel settore edilizio per mancanza di semplici parametri prevenzionistici e lo sciorinamento da parte dello speaker televisivo di dati statistici impressionanti circa le vittime giornaliere - vero e proprio bollettino di guerra : 150 feriti in soli due mesi dall' inizio dell' anno e 20 morti.
Scusate questa piccola disgressione ma ritengo queste cifre drammatiche ed assurde anche per la superficialita' che il mondo politico esprime riguardo la necessaria e improcastinabile tutela del lavoratore contro i rischi sul lavoro.
Riaprendo un discorso sulla 626, dobbiamo dire che in particolare le imprese hanno lamentato la mancanza dell' esplicita previsione di norme agevolative per gli adempimenti delle piccole e medie imprese. Ragionevolmente si è corso ai ripari emanando un decreto di modifica al decreto legislativo, teso a recepire alcune istanze avanzate dalle associazioni imprenditoriali e di categoria.

Le modifiche piu' rilevanti riguardano:

  1. la definizione di datore di lavoro: viene meglio definita la figura dei datori di lavoro e scompare quella recepita tout- court dalle direttive europee per l' oggettiva difficolta' ad individuarlo fisicamente.
  2. misure di tutela: gli obblighi di sicurezza vengono estesi ai dirigenti e ai preposti che, nell' ambito delle rispettive attribuzioni e competenze dirigono o sovraintendono le attivita' stesse.
  3. piccole e medie imprese: viene preposto di non assoggettare agli obblighi citati dal DL .vo le aziende con meno di 15 dipendenti. Viene accolta in tal modo il concetto di piccola e media impresa nella legislazione.
  4. sistema sanzionario: viene eliminata la responsabilita' del datore di lavoro a titolo esclusivo. E' concessa la possibilita' di delega di funzioni al Dirigente.
Quanto sopra delineato mostra come sia necessario ripensare il rapporto fra sicurezza e attivita' scientifica e ricerca . Cio' implica una stretta collaborazione tra ricercatori, addetti alla sicurezza, ed organi amministrativi. Infatti numerose sono le sostanze pericolose che vengono utilizzate nei laboratori scientifici e di ricerca ed oltre a quelle note e catalogate in base alla loro pericolosita' e tossicita' spesso vengono manipolati nuovi prodotti la cui nocivita' è ignota. Pertanto è necessario, direi fondamentale, applicare una corretta prassi di laboratorio che dovrebbe coinvolgere tutto il personale nella messa a punto di " protocolli " di intervento e nelle conseguenti procedure operative.

I punti salienti da prendere in considerazione sono i seguenti:

  • i locali
  • il personale
  • le apparecchiature scientifiche
  • le cappe di laboratorio
  • il microclima
  • la qualita' dell' illuminazione
  • il rumore
  • l' impianto elettrico
  • I locali destinati a laboratorio devono essere provvisti di un isolamento termico sufficiente ed i materiali usati per le eventuali coibentazioni esenti da amianto. L' altezza deve essere uguale o superiore a tre metri ; deve essere garantito per ogni addetto uno spazio idoneo ( 10 mc e 2 mq per persona ) per le normali attivita' lavorative. La larghezza minima per le porte deve essere almeno di 1,20 m. in modo da poter consentire una rapida ed agevole uscita verso l' esterno in caso di incendio ed esplosione. I locali inoltre devono essere costruiti in modo tale che ci siano opportune separazioni tra ad esempio la parte chimico-fisica da quella biologica. Infatti un laboratorio farmaceutico si diversifica dal laboratorio microbiologico e chimico. La realizzazione dei laboratori di ricerca sia ambienti nuovi che in quelli preesistenti o adatti deve essere sempre preceduta da una progettazione ergonomica e da verifiche e controlli di sicurezza.
    Il personale deve possedere un alto grato di preparazione scientifica, addestramento e titolo di studio adeguato per una corretta attuazione delle mansioni loro attribuite e conoscenze tecnologiche costantemente aggiornate. Deve poter operare in modo da rendere al minimo possibile i rischi chimici, fisici e radioattivi. E' fatto obbligo indossare idonei dispositivi di protezione individuali.
    Le apparecchiature utilizzate devono essere correntemente situate e periodicamente manutenute e tarate conformemente ai metodi operativi standard. Le cappe di laboratorio devono essere costantemente verificate se funzionanti. Il materiale tossico, infiammabile e corrosivo deve essere maneggiato sopra cappa. Il microclima deve essere tale da fornire una sensazione di benessere. Questo significa che le condizioni microclimatiche (temperatura, umidita', ventilazione) devono risultare confortevoli in tutto il periodo dell'attivita' lavorativa svolta.
    I locali devono possedere illuminazione diretta ed areazione naturale diretta in modo da risultare fisiologico il contrasto tra le zone chiare e quelle scure. L'illuminazione artificiale deve essere adeguata per il benessere e sicurezza dei lavoratori ( da 300 - 500 lux ). Il livello di rumore non deve disturbare l' attivita' che si svolge in laboratorio. Viene misurato con i fonometri in decibel. L'impianto elettrico è di fondamentale importanza per la sicurezza nei laboratori scientifici. Infatti i pericoli derivanti dall' uso di energia elettrica sono imputabili alla presenza di numerose elettriche poste in spazi ristrettissimi e di grandi masse metalliche che possono provocare fenomeni di folgorazione. Pertanto è necessario una capillare verifica dell' impianto con periodici controlli e regolare manutenzione. Deve rispondere altresi' ai requisiti di minima previsti dalla Legge 46 del 1990. A chiusura di intervento vorrei infine segnalare un aspetto non trascurabile dell' intera tematica sulla sicurezza : il fattore culturale. Occorre un vero e proprio salto di qualita' che investa tutti i soggetti coinvolti nella vicenda della tutela della salute : i datori di lavoro, il sindacato ed i lavoratori. Per quanto riguarda i datori di lavoro, salvo casi eccezionali, considerano la sicurezza proprio per carenza di una adeguata cultura un costo aggiuntivo. I lavoratori d'altro lato ostentano un atteggiamento direi quasi ostruzionistico rispetto alla adozione di misure di sicurezza. Deve pertanto affermarsi - se vogliamo creare uno stato di benessere comune a tutti i cittadini - una nuova cultura della prevenzione, indipendentemente da ogni calcolo sui costi per ribadire che la salute non puo' essere oggetto di valutazione economica.

    PER UNA CULTURA GIURIDICA DELL'AMBIENTE QUALE PRINCIPIO DI RESPONSABILITà?

    Prof. Onorato Bucci

    Sommario:

  • 0 - premessa terminologica ed ambito della presente ricerca;
  • 1 - nozione di ambiente;
  • 2 - la cenda normativa;
  • 3 - le posizioni variegate della dottrina;
  • 4 - proposizione di un'ipotesi di principio di responsabilità in materia ambientale;
  • 5 - conclusione.
  • 0. Premessa terminologica ed ambito della presente ricerca

    Le pagine che seguono, e che sviluppano impressioni e suggestioni avanzate all'apertura del convegno, hanno il solo scopo di contribuire alla chiarezza di un argomento da parte di uno studio di diritto, quale lo scrivente, non primariamente specialista del particolare argomento qui trattato ma interessato, al pari dello specialista, che argomenti come quelli qui trattati possono essere discussi da parte di più studiosi del diritto provenienti da campi scientifici, i più disparati al fine di convogliare, su un tema così grave quello della cultura giuridica ambiente e del relativo suo principio di responsabilità, opinioni, ma anche speranze, comuni e diverse ma tutte tese ad argomentare il problema preso in esame con rigore critico e scientifico.

    1. Nozione di ambiente

    La prima attenzione va data all'uso delle parole, perché da queste nascono spesso chiarimenti o equivoci. E la prima specificazione da fare è che il termine ambiente ha messo in penombra la parola ecologia che è tuttavia il nome della scienza madre dell'ecos, appunto dell'ambiente. Spetta dunque al termine ecologia il primario rispetto alla parola ambiente La parola ambiente viene coniata, ed è certamente un neologismo, nell'ambito della scienza biologiche dopo la prima metà dell'Ottocento: sono gli anni in cui il pensiero scientifico si dilata al punto tale da determinare infinite prospettive entro settori anche ristretti tali, da dar vita a individuate e distinte specializzazioni.
    Erano quelli gli anni in cui scienze biologiche e scienze sociali davano vita ad una sintesi scientifica che darà poi luogo a fruttuose e pacifiche convergenze. Erano anni, quelli, in cui nelle scienze sociali si studiavano le condizioni dell'uomo nella società, le influenze esterne, le esigenze interne. La ricerca degli equilibri per lo sviluppo della società si distaccava dalle concezioni ottocentesche uomo-stato, e si dilatava verso il ritrovamento di un uomo, di una persona, meno suddetto di fronte al potere e più partecipe della società.
    Erano gli anni, quelli, in cui si apriva la via allo stadio delle armonie tra interno ed esterno degli organismi e la scienza biologica dava vita all'ecolologia agraria che ebbe tanta importanza per lo sviluppo stesso della produttività.
    Il passo successivo fu quello dell'individuazione del sistema armonico di cui l'ecologia agraria era il presupposto, l'ecosistema: concezione biologica e concezione sociale formavano un tutt'uno nelle società che diventava vita nel momento in cui individuava nei piccoli gruppi un'argomentazione volta a rispettare una convivenza comune. Veniva cioè riaperto l'antico assioma (che era poi un braccardo romanistico meridionale ma che aveva un fondamento aristotelico) ubi societas ibi uis che divenne poi il termine di paragonare per la società giuridiche europea tra l'Ottocento e il Novecento.
    La formula romanistica proposta dai giuristi poteva ben essere avvicinata a quella dell'ecosistema dove il rispetto dei piccoli gruppi portava al rispetto dell'interno sistema si da confermare anche la vendità dell'alterna formula "ubi uis ibi societas".
    Ed è proprio qui, in questa vita parallela fra vicenda terminologica e vicenda socio-giuridica, che sta la validità del proprio secondo cui al centro di cui e qualsivoglia definizione c'è sempre e comunque la vicenda umana e la nazione personalistica dell'individuo. E' nella definizione di questa vicenda umana che si ebbe lo scontro fra opposte ideologie che si divaricavano sulla concezione e sulla modalità dell'uso politico dell'energia e delle tecnologie. Da quel momento l'ecologia divenne modo e momento di confronto e di scontro rispetto all'uso concreto dei mezzi di produzione dell'economia tanto da essere essa stessa parametro di denuncia e di affermazione di valori morali.

    2. La vicenda normativa

    E' a questo punto che nasce la vicenda normativa dell'Ambiente. E' del 1972 la Dichiarazione di Stoccolma sull'ambiente contenente la solenne, anche se generica, affermazione che le risorse naturali del globo (aria, terra, acqua, flora e fauna) devono essere presentate nell'interesse delle generazioni presenti e future, mediante pianificazioni e gestioni oculate.
    In Italia ci si era mossi precedentemente su due binari, in modo molto lento ed episodico: sul binario legislativo (con passi lenti e frammentati) così la legge 13 luglio 1966 n. 615 (cosiddetta legge antismog) e sui relativi decreti e regolamenti del 1970 e 1971 e sul piano della tutela dei beni ambientali da parte dell'azione della Magistratura, così una via esclusivamente repressiva, talvolta epidica e piuttosto casuale che si muoveva su binari non certo dissimili da quelli normativi. Seguì un primo intervento organico, la cosiddetta legge Merli (legge 10 maggio 1976 n. 319) cui seguì l'art. 80 di P.R. n. 616 del'1977 ( che riconduce alla materia urbanistica anche la protezione dell'ambiente) è la legge n. 833 del 1978, la cosiddetta Riforma Sanitaria che per la prima volta formalizzava il rapporto tra il diritto alla salute e l'ambiente ponendo i due termini, salute e ambiente, in relazione funzionale reciproca, si da consentire di ritenere a qualche interprete che si trattasse di diritto delle persualità.
    Si giunse così alla Costituzione del Ministero ambiente avutasi con legge n. 349 del 1986.
    Al nuovo Ministero è attribuita competenza esclusiva nelle materie dell'inquinamento idrico, e in parte, dell'atmosferico, dei rifiuti solidi e dei parchi nazionali. competenza primaria, ma da esercitarsi nella forma del concernato, in quelle dell'inquinamento atmosferico ed acustico e dell'acqua di balneazione (con il ministero dell'industria); delle riserve marine (con il ministero della marina mercantile); delle acque superficiali destinate alla produzione di acqua potabile (con il ministero dei lavori pubblici). D'intesa con le regioni è chiamato alla predisposizione dei piani di disinquinamento delle aree ad elevato rischio di crisi ambientale.
    Infine, è chiamato ad intervenire per il <>, nell'esercizio in concreto di attribuzioni proprie di altre manifestazioni (predisposizione dei piani di settore a carattere nazionale aventi rilevanza di impatto ambientale, coordinamento della pianificazione territoriale con la tutela dell'ambiente idriche, piano generale per la difesa del mare e delle coste, istituzione delle riserve marine).

    3. Le posizioni variegate della dottrina

    Nello stesso tempo, dal 1966 l 1986, nel giro cioè di vent'anni la riflessione della dottrina assumeva variegate posizioni che possono così sintetizzarsi:
    1. quella che ritiene che la tutela dell'ambiente sia uno dei risultati possibili cui conduce l'azione amministrativa di cura di altri interessi e beni. Questa dottrina ritiene di escludere che i beni ambientali siano riconoscibili (e quindi riducibili) ad una categoria unitaria;
    2. quella che ritiene che l'ambiente non possa ridursi ad una sola nozione ma che la sua definizione debba ricondursi ad una triplice affermata consapevolezza di essere ad un tempo individuazione di beni in senso naturalistico ( paesaggio, beni culturali, e centri storici, bellezze naturali, foreste parchi ), insieme di spazi ( terrestri, acquatici ed aerei) e complessi urbanistici intesi ad essere pianificati per la localizzazione degli insediamenti. E' questa la posizione del più venerato dei nostri Maestri di diritto Amministrativo, Massimo Saverio Giannini (Ambiente Saggio sui diversi suoi aspetti giuridici, in Rivista Trimestrale di Diritto pubblico, p, 15 ess).
    3. quella che ritiene inesistente un <> tutelabile nel suo complesso ma che la nozione di ambiente si risolve in una pluralità di tutela (che possono individuarsi nella trapartizione del Giannini) che inglobano anche le norme che disciplinano l'agricoltura, la forestazione, le bonifiche, la ricerca minerarie, la caccia; la pesca e l'uso dell'energia da quella elettrica a quella nucleare. E questa la posizione del Capaccioli (in E. Capacciuoli. E. Dal Piaz. Ambiente (tutela dell'ambiente). Parte generale e dir. amministrativo, in Novdigst, Appendice I, Torino, 1980, p. 275 ess).
    4. quella infine che negando rilievo giuridico alla nozione di ambiente, ne riconosce la rilevanza ai fini operativi. è questa la posizione del Predieri (Paesaggi, in Edi) XXXI, Milano, 1981, p 503 ess)

    4. proposizione di un'ipotesi di principio di responsabilità in materia ambientale

    Dicevamo all'inizio di queste nostre brevi riflessioni, che l'Ecologia assume i connotati di scienza dell'Ambiente nel momento in cui deve regolare le contraddizioni che lo opposte ideologiche fanno l'uso delle energie e delle tecnologie. In quel momento alla scienza dell'Ambiente tocca il compito di stabilire il confronto tra tecnologia avanzata ha messo in discussione, e mette tuttora in discussione, l'operato stesso della scienza politica denunciandone il suo tacere quando si tratta dell'uomo e della vita dell'uomo.
    Di qui è nata la necessità a che l'ecologia, come scienza diventi essa stessa sollecitazione a riunire un numero di discipline tali che sotto l'angolatura particolare porti al rispetto dell'ambiente. Di qui, ancora la regola prima dell'ecologia come sviluppo della interdisciplinalità dove scienza fisica e naturale si accompagnano a quella sociale e giuridica e ne facciamo un tutt'uno per la creazione di nuovo umanesimo.
    Ma se è così, se deve essere creata una nuova scienza che deve armonizzare l'umanesimo nuovo che nasce dall'interdisciplinarietà che scaturisce dalle necessità di studiare le nuove esigenze sorte dall'incontro fra tecnologia, natura e sviluppo delle scienze sociali, allora è questa nuova scienza che deve guidare lo studioso alla ricerca del principio di responsabilità dell'agire giuridico in tema di ambiente.
    Questo principio di responsabilità è quanto risulta dall'incontro dell'intelligenza umana e dalla reazione che l'ambiente offre alle nuove emissioni della tecnologia nel suo tessuto e nelle sue strutture. E' un principio che da un lato recupera tutta la nostra tradizione giuridica umanistica e dall'altra si impregna di un nuovo umanesimo giuridico che suppone l'antico, quell'ars gubernandi non solo dei fatti sociali ma di quelli naturali che la memoria biblica ci invitava a far propria quando ricercava che Dio aveva creato la terra per metterla al servizio dell'uomo. nel rispetto tuttavia dell' unico atto della creazione che implicava uomo e cose, beni spirituali e materiali.

    Conclusione

    E' stato detto in questa sede che abbiamo l'obbligo di restituire la terra, ereditata dai nostri padri, ai nostri figli, con un po' di interessi. Aggiungo una suggestione biblica, che abbiamo il dovere, ogni sera, di ricordare ai nostri figli, la memoria, ciascuno di noi, del proprio padre, perché attraverso quella memoria il proprio figlio sia memore della vicenda storica del padre del proprio padre, e attraverso il padre del proprio padre, del padre del padre. Perché la vicenda dell'uomo si leghi alla vicenda della terra e quella della terra alla vicenda del Creato.

    IL DIRITTO ALLA PROTEZIONE CIVILE

    Prof. Vincenzo Pepe

    1) Protezione civile e politica ambientale.

    Esiste una confusione tra la nozione di catastrofe e quella di fenomeno naturale.
    Una inondazione, un sisma, un uragano, un alluvione non sono in sé, delle catastrofi, se li si qualifica tali è a causa delle conseguenze dirette o indirette sull'uomo.
    Da alcuni anni, assistiamo allo sviluppo di una nuova cultura della nozione di catastrofe naturale. E' acclarato che gli effetti dei disastri nulla hanno a che fare con la fatalita' o l' ira di un Dio vendicativo, bensi' con i rapporti esistenti tra l' uomo e il suo ambiente. Per definire una catastrofe naturale occorre riferirsi a una situazione globale ove sia presente il fenomeno naturale e la vulnerabilita' della comunita' umana. Nei paesi avanzati il rischio dei vari disastri naturali è conosciuto e tenuto in considerazione nelle politiche di sviluppo e nei vari piani di protezione civile.
    La politica ambientale e di protezione civile, sovente, è considerata un lusso non sempre accessibili a quelle nazioni che non hanno i mezzi e/o le possibilita' per investire in sicurezza ambientale. Cosicché, esiste non tanto e sempre una generale negligenza, bensi' una ineguaglianza delle comunita' umane davanti al rischio. Dal 1960, le catastrofi naturali che hanno interessato i paesi del Terzo Mondo, si sono moltiplicate per cinque. Per spiegare il moltiplicarsi delle catastrofi e delle vittime occorre considerare non tanto il fenomeno naturale in se', ma la crescente vulnerabilita' delle varie comunita' umane. Tra i numerosi fattori che determinano la vulnerabilita', due sono particolarmente significativi:
  • il privilegio del profitto sulla tutela ambientale;
  • lo sviluppo negligente.
  • In questi ultimi anni abbiamo assistito ad una esplosione urbana senza precedenti, con l' aumento della precarieta' dell' interdipendenza ed una sempre maggiore sottrazione di risorse e cambiamenti di destinazione del suolo.
    E' precisato nel rapporto annuale 1992 del Dipartimento degli Affari Umanitari dell'ONU che: " il pericolo del rischio presso le varie comunità umane si è sviluppato in quest'ultimo decennio e trova la sua causa nell'aumento della densità demografica e la crescente urbanizzazione".
    Un altro fattore, non meno significativo, che accresce la vulnerabilita' è la scellerata gestione ambientale. L'alluvione che ha investito nel Novembre del 1994 il Piemonte è dovuta, essenzialmente, alla barbara cementificazione del territorio, alla distruzione di ettari ed ettari di foreste e degli argini naturali dei fiumi. Quando si prendera' coscienza della interazione tra il fenomeno naturale, la gestione dell' ambiente e lo sviluppo, allora ci si rendera' conto che c'è poco spazio da dare alla fatalita' o alla cattiva sorte.
    Ridurre gli effetti dei disastri naturali significa ridurre i rischi, ovvero ridurre la vulnerabilita'. La vulnerabilita' è, essenzialmente, l'ignoranza dei rischi, la mancanza di prevenzione e preparazione; oltre all'immobilismo di certi poteri pubblici e la mancanza di idonea informazione. Essere vulnerabili significa vivere in costruzione inadatte per determinare zone a rischio; saccheggiare le risorse naturali senza assicurarne la riproduzione.
    La vulnerabilita' è legata alla negligente gestione dell' ambiente, alla cattiva conoscenza della natura che ci circonda, in breve, all'uomo incapace di definire il suo futuro. Per ridurre gli effetti dei disastri naturali occorre una idonea politica di prevenzione. Occorre incominciare, in una visione globale del fenomeno naturale, a dare risalto agli aspetti tecnici e scientifici della gestione dei rischi è alla volonta' di investire a lungo termine in una nuova politica dell' ambiente. Del resto la protezione civile, ovvero la riduzione dei disastri naturali rappresenta un aspetto fondamentale della politica ambientale.

    2) Disaster Management

    Terremoti, uragani, cicloni, alluvioni, eruzioni vulcaniche, frane, siccita', disastri nucleari e industriali possono nello spazio di qualche minuto o di qualche ora, uccidere milioni di persone distruggere l'economia di un paese e compromettere gravemente lo sviluppo di una intera regione. Le strutture sanitarie il piu' delle volte sono distrutte e/o i servizi disorganizzati, compromettono non solo i soccorsi ma anche la possibilita' di predisporre le prime cure.
    Nel terremoto del Messico del 1985 ben 13 ospedali sono andati distrutti con oltre 4387 posti letto perduti irreparabilmente, insieme alla quasi totalita' del personale medico e paramedico. Piu' recentemente, e per fare solo qualche esempio, tra i piu' significativi, il terremoto che ha colpito l' America nel 1988 ha devastato un' intera regione con gravissimi danni economici ed oltre 25 mila persone decedute.
    La banca mondiale ha stimato che la perdita economica dovuta alle catastrofi naturali si aggira in oltre 44 miliardi di dollari nel 1991. Nelle ultime previsioni si è accertato che le catastrofi naturali sono in netto aumento con l' aggravio di perdita di vite umane e danni ai beni, insediamenti e ambiente.
    Una delle cause dell' aumento dei disastri è l' irrazionale uso del territorio, con una suicida urbanizzazione, soprattutto, nei paesi in via di sviluppo. L' aumento demografico è un' altra causa d' inquinamento, perché è direttamente rapportata alla densita' di popolazione in zone
    particolarmente vulnerabili. L' assenza di cultura della prevenzione è una delle costanti delle popolazioni maggiormente vulnerabili e costituisce una specie di reazione naturale di difesa verso fenomeni terribili di cui si vuole ignorare l' esistenza e la stessa previsione e/o discussione e accompagnata da scongiuri nella rassegnazione ad un bieco e tetro fatalismo. Non si puo' parlare di una vera cultura delle catastrofi, ovvero di protezione civile, dove l' uomo preferisce ignorare il pericolo e credere che il rischio riguarda solo e, soprattutto, gli altri e mai se stesso. Solo negli ultimi anni si è iniziato a modificare l' approccio nei confronti della cultura delle catastrofi. L' attenzione è spostata dall'improvvisazione dei soccorsi, alla previsione e prevenzione.
    Oggi si incomincia a parlare di "Disaster Management", volendo significare che la gestione delle catastrofi deve avere una propria pianificazione, in una prospettiva molto piu' ampia ed articolata rispetto al mero soccorso. La gestione delle catastrofi è caratterizzata da una sequenza continua che va dalla prevenzione, al soccorso e si conclude con la ricostruzione, ovvero, le iniziative necessarie ed indilazionabili volte a rimuovere gli ostacoli per la ripresa delle normali condizioni socio-economiche.

    La gestione delle catastrofi è caratterizzata da cinque fasi:

    1. Previsione e Prevenzione;
    2. Allarme;
    3. Impatto;
    4. Soccorso;
    5. Ricostruzione

    3) Previsione e Prevenzione

    La prima fase è la piu' importante anche se la piu' silenziosa; essa riguarda tutta l'attivita' di previsione, prevenzione e preparatoria in genere.
    La previsione riguarda l'attività diretta allo studio e alla determinazione delle cause dei fenomeni calamitosi; alla identificazione dei rischi; alla individuazione delle zone di territorio soggette a rischi. Nell' evidenziare il concetto di previsione occorre richiamare l'attenzione sulla natura essenzialmente casuale di alcuni fenomeni calamitosi, e, quindi sull' approccio probabilistico che dovrebbe sempre caratterizzare i piani di protezione civile.
    E' noto che nel campo sismico, la prevenzione è volta a individuare le aree soggette a rischio ai fini della classificazione del territorio e la realizzazione di costruzioni antisismiche. Pertanto, appare essenziale una cognizione realistica delle possibilita' e dei limiti della previsione per non incidere negativamente sulla serenita' dei giudizi e sulla reattivita' dell' opinione pubblica.
    In questa prospettiva vanno inquadrati i censimenti per l' individuazione dei rischi e relativa distribuzione nel territorio, raccolta dei dati e relativa elaborazione dei risultati.
    E' indispensabile il sistematico aggiornamento dei dati raccolti, onde rendere attendibile il risultato elaborato. Ogni attivita' di studio, acquisizione di dati e di modellistica attuata dalle singole componenti specialistiche, deve trovare la necessaria convalida da parte della comunita' scientifica.
    La prevenzione è strettamente collegata alla previsione ed è diretta al contenimento degli eventi e alla riduzione dei danni.
    La prevenzione è da inquadrare nell' attivita' svolta alla riduzione dell'entita' di un rischio e quest' ultimo si definisce in funzione di due parametri:
    1. probabilita' di accadimento degli eventi;
    2. entita' dei possibili danni.
    La probabilita' di accadimento dell' evento rappresenta un concetto centrale delle moderne teorie sulla valutazione del rischio e non se ne puo' prescindere senza dover rinunciare a tutto il sistema di conoscenze teoriche applicative che rendono possibile l'individuazione e l' attuazione delle misure di prevenzione.
    L'attività preparatoria oltre ad implicare la previsione e prevenzione, comprende i piani di protezione civile, la formazione di personale qualificato e l' educazione delle popolazioni vulnerabili.

    4) L' allarme

    La fase di allerta precede immediatamente l' impatto, ovvero, si ha quando si accumulano elementi tali da prevedere una catastrofe imminente.
    L'allarme si sviluppa in un tempo relativamente breve, qualche volta coincide con l' impatto stesso. E il momento di usufruire dei piani di protezione civile per evacuare, riparare in ricoveri rifugi e/o applicare tutte le tecniche dell' autoprotezione.
    L'efficacia di tutto questo dipendera' dall' esistenza di tecniche adeguate di previsione, dalla loro esatta utilizzazione e dalla educazione. Un allarme tardivo non serve se non a creare confusione, cosi' come un allarme precoce e non confermato rischia di far perdere di credibilita' l' intero sistema di protezione civile.

    5) L' impatto

    Di solito, l' impatto dura qualche secondo e talvolta sono migliaia i morti e/o il caos, confusione, stordimento, inquietudine, paura, dolore sono gli elementi presenti ad ogni impatto.
    Questo è il momento in cui viene messo in crisi il sistema concettuale, l'organizzazione sociale che ci ha retto sino a quel momento. La vita assume un valore particolare, insieme alla solidarieta', la rabbia, nella constatazione della precarieta' della condizione umana. Nei minuti che seguono l' impatto, la maggior parte dei sopravvissuti tenta di salvare i feriti, i piu' deboli, pur non rispondendo a nessun criterio di efficienza e razionalita', questo è un momento efficacie e significativo per salvare vite umane.
    Nell' attesa dell' arrivo degli eventuali soccorsi, vi è una grande solidarieta' umana, si sprigionano sentimenti molto profondi e contraddittori che decrescono col passare del tempo; sino ad arrivare a scenari limite che vanno dall' isterismo al sacrificio della vita stessa, dal cannibalismo ad atti di erismo, sino allo sciacallaggio, elementi sempre presenti in qualsiasi scenario di emergenza dove si lotta per la sopravvivenza.
    Nel terremoto che colpi' l'Irpinia e la Basilicata nel 1980, la probabilita' di salvare delle persone dalle macerie e passata dall' 88% nel corso delle prime ventiquattro ore, all'8% del terzo giorno.
    Pertanto, i soccorsi immediati, quelli che non sempre hanno tutte le caratteristiche dell'efficienza, ma sono supportati da una grande disponibilita' e prontezza, rappresentano il primo livello di soccorso. Entro questo livello è possibile salvare il maggior numero di vite umane.
    Nel secondo livello possono essere annoverati i soccorsi provenienti dall' esterno, quelli con mezzi efficaci e sofisticati.

    6) I soccorsi

    La fase dei soccorsi è caratterizzata dall' entrata in scena dei soccorritori esterni, quelli informati immediatamente e che provvedono al soccorso sanitario e a garantire assistenza logistica con tende, vettovagliamenti vari, indumenti, coperte, ecc. Di solito il soccorso si basa su stereotipi consolidati ed è caratterizzato da una particolare mancanza di informazione su chi, come e dove portare i soccorsi.
    Spesso i soccorritori affollano una zona, ignorando che altre zone sono ancora totalmente prive di aiuti e senza alcun mezzo per chiedere il soccorso.
    Per essere efficace, l'organizzazione dei soccorsi deve essere accompagnata da un adeguato sistema di informazione, capace di distribuire i soccorsi in modo razionale a seconda le necessita' dell' area sinistrata. Sviluppare la conoscenza delle tecniche di protezione civile permette di ridurre in proporzione il numero delle vittime.

    7) La fase del ripristino

    Quest'ultima fase ha il compito di ristabilire le normali condizioni di vita socio-economica.
    Molto spesso, le misure decise subito dopo il disastro (tendopoli, ospedali da campo, ecc.) non sono adattabili per lungo tempo ed occorre ripristinare lo stato dei luoghi, e/o assicurare strutture e infrastrutture idonee a riprendere il normale ritmo di vita.
    In una societa' avanzata la ricostruzione è abbastanza problematica, poiché comporta l' impiego di ingenti risorse economiche.

    8) Il diritto alla protezione civile.

    La recente evoluzione dell' ordinamento giuridico in relazione al riconoscimento dei diritti umani e del diritto all' ambiente implica il riconoscimento del diritto alla protezione civile come diritto fondamentale della persona umana. La protezione della natura e dell' ambiente costituisce un compito fondamentale della Repubblica, cioè dello Stato considerato in tutta la complessita' della sua organizzazione.
    Occorre porre in evidenza, altresi', che la natura e l' ambiente sono oggetto di un diritto fondamentale di tutti i cittadini, i quali avendo un diritto alla vita, alla sicurezza, alla salute, alla solidarieta', hanno anche un diritto all' ambiente salubre e alla protezione civile. La protezione civile ha il compito fondamentale di tutelare la integrita' della vita, i beni, gli insediamenti e l' ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamita' naturali, da catastrofi e da altri eventi calamitosi.
    Nell' art. 2 della Costituzione che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalita', va fatto rientrare non solo il diritto alla integrita' della vita, quale diritto inviolabile dell'uomo, ma anche il diritto alla tutela dell' integrita' dei beni, degli insediamenti e dell'ambiente stesso ove normalmente la persona umana svolge la propria vita. Quindi, la protezione civile deve essere considerata un diritto fondamentale della persona umana, a cui va attribuito il diritto ad essere adeguatamente protetta dai danni derivanti da calamita' naturali, da catastrofi e da altri eventi calamitosi.
    Un ulteriore riferimento alla protezione civile, quale diritto fondamentale della persona umana, è da rapportare agli art. 9 e 32 della Costituzione, i quali indicano la protezione della natura e dell' ambiente fra i compiti della Repubblica, la quale, per un verso indica la Comunita', lo Stato comunita' e per altro verso indica lo stato-persona. Infatti l'art.9 dispone che " la Repubblica tutela il paesaggio ed il patrimonio artistico ed storico della Nazione " e l' art.32 sancisce che " la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell' individuo e interesse della collettivita' ", ponendo in rapporto diretto natura, ambiente e salute umana.
    La tutela dell' integrita' della vita, della salute, dei beni degli insediamenti e dell'ambiente, rappresenta un diritto fondamentale di tutti i cittadini, i quali, avendo un diritto alla vita, alla salute, hanno anche un diritto all' ambiente salubre e alla riduzione dei rischi derivanti da calamita' naturali o provocati dall' uomo.
    Il diritto alla protezione civile rappresenta un diritto prioritario rispetto ad ogni altro diritto e/o interesse poiché incide sull' esistenza stessa della vita umana, di una determinata comunita' e della stessa civilta' umana.
    La categoria dei diritti della personalita' non è un " elenco chiuso ", ma un ventaglio che occorre aggiornare e adeguare alle nuove esigenze ed istanze sociali.
    Il diritto alla riservatezza è stato riconosciuto dopo una lenta evoluzione dottrinaria e giurisprudenziale, pur in mancanza di un preciso riferimento testuale e si è aggiunto ai diritti della personalita' gia' riconosciuta. Analogamente si puo' ammettere per il diritto alla protezione civile. Se i diritti della personalita' sono diritti essenziali, costituendo il nocciolo profondo dell' essere umano, non si puo' negare che tale essenzialita' è da riconoscere al diritto-dovere di essere protetti dal rischio e/o dai danni derivanti da calamita' naturali o provocate dall' uomo. Alcuni diritti come l' integrita' della vita, la salute, la famiglia, la comunita', la casa, l'ambiente si fondono nel diritto alla protezione civile.
    La protezione civile rappresenta il diritto-dovere di un positivo intervento per la salvaguardia del bene essenziale della vita dell' uomo e delle strutture fondamentali di una determinata collettivita', nello spirito del solidarismo sociale imposto dalla nostra Costituzione.
    Il diritto alla protezione civile impegna al piu' alto livello la dignita' e la responsabilita' personale e comporta che ogni comportamento che venga a porsi in contrasto con tale diritto deve essere qualificato come " atto di violazione del diritto " e giustificare nel titolare l' azione per far cessare lo stato anti giuridico.
    Il diritto alla protezione civile è anche un dovere di solidarieta' sociale che trova un oggetto di tutela penale nell' omissione di soccorso e nelle varie sfaccettature della tutela penale dell' integrita' della vita, dei beni e dell'ambiente.

    IL NUCLEO OPERATIVO ECOLOGICO DEI CARABINIERI A TUTELA DELL'AMBIENTE

    Ten. Col. Nicola Raggetti

    Secondo stime attendibili, ogni anno, in Italia si producono oltre 100 milioni i tonnellate di rifiuti di cui circa 27 milioni di rifiuti solidi urbani e 73 milioni di rifiuti speciali. Di questi ultimi una parte consiste, circa, 3,2 milioni di tonnellate, sono classificati come tossici e nocivi.
    Secondo le stesse stime, la percentuale di rifiuti smaltiti in impianti tecnologicamente adeguati è pari a circa il 65-70 % mentre il rimanente 30-35 % finisce in discariche abusive o è trattato in modo non regolamentare (circa 30-35 milioni di tonnellate).
    Dei rifiuti smaltiti regolarmente, circa il 90 % finisce in discariche (circa 750), il 6 % viene distrutto inceneritori (circa 50 di cui 40 funzionanti) e solo il 4 % viene riciclato per ottenere altri prodotti.
    Per smaltire i 3,2 milioni di tonnellate di rifiuti tossico-nocivi esistono attualmente in Italia una quindicina di discariche speciali di 2° categoria tipo "C" che possono assorbire, al massimo, circa 270.000 tonnellate annue. Un'altra parte, circa 700.000 tonnellate viene esportata, soprattutto verso Francia ed Inghilterra (in Italia c'é la Nucleco) ed il resto viene smaltito in discariche di 2° categoria di tipo "B" (rifiuti speciali e tossico-nocivi non contaminati dalle sostanze [ Piombo, Arsenico, Benzene etc ] indicate nella tabella annessa alla Delibera del comitato Interministeriale 27 luglio 1984) o i inertizzati con procedimenti particolari (vetrificazione, cementizzazione) oppure utilizzati come combustibili nei processi di produzione del cemento.
    E' tuttavia verosimile che una parte consistente di tali rifiuti venga smaltito irregolarmente, disperdendolo sul territorio. I dati appena citati, che danno un quadro abbastanza drammatico della situazione del nostro paese, sono peraltro molto orientativi perché in realtà mancano dei dati precisi sulla quantità di rifiuti prodotti annualmente in Italia. Il catasto nazionale dei rifiuti speciali, speciali di origine industriale assimilabile agli urbani e tossico-nocivi, previsto dalla legge 475/88 per la raccolta in un sistema unitario, articolato su scala regionale, di tutti i dati relativi ai soggetti produttivi e smaltitori di rifiuti, non funziona ancora in modo soddisfacente. Negli altri paesi europei un a quota pari al 25 % dei rifiuti solidi urbani viene avviata all'incenerimento: in Svizzera questa quota sale all'80 %. In Giappone è al 68 % (nel 90 % dei casi viene effettuato anche il recupero energetico) ed in Svezia circa al 70 %. In quest'ultimo paese l'energia termica ottenuta dall'incenerimento dei rifiuti, utilizzata attraverso il teleriscaldamento, copre il 15 % dei consumi totali del paese. In Italia questo procedimento di smaltimento dei rifiuti non gode di buona reputazione più per demerito di chi lo ha messo in pratica sino ad oggi che per una colpa intrinseca. Gli impianti esistenti sono solo una cinquantina di cui quaranta funzionanti e circa il 75 % di essi attua il recupero energetico.
    In realtà l'inceneritore non è un mostro perché se l'impianto è dotato di idonei sistemi di abbattimento produce un inquinamento inferiore a quello di una strada di scorrimento. Peraltro all'inceneritore che sicuramente ha il grosso vantaggio di ridurre il rifiuto del 70 % in peso e del 90 % in volume, dovrebbe arrivare soltanto quello che non è reciclabile perché con la raccolta differenziata operata a monte, tutto quello che è riutilizzabile dovrebbe rientrare nel ciclo produttivo ed in discarica dovrebbero finire soltanto le ceneri. Visto in questa ottica il rifiuto diventa una fonte di ricchezza. Questo, purtroppo, lo ha capito benissimo la criminalità organizzata che nell'ultimo decennio ha investito ingenti quantità di denaro in questo settore ed ha saputo inserirsi con metodologie imprenditoriali nei business di carattere ambientale, a cominciare da quello dello smaltimento illecito di rifiuti, ricorrendo a metodi di dispersione ed occultamento che, eludendo le norme in materia, consentono il massimo profitto. Se si tiene conto che il prezzo praticato sul mercato legale per lo smaltimento di 1 Kg. di rifiuti solidi urbani si aggira sulle 100 lire e che tale prezzo è molto più alto per altri tipi di rifiuti (2000 lire per 1 Kg. di rifiuti ospedalieri), il profitto che deriva alla criminalità organizzata soltanto da questa attività illecita può essere tranquillamente calcolato in 3500/4000 miliardi annui. Tutto ciò senza che questi soggetti corrano rischi eccessivi.
    Infatti il DPR 915/82 che disciplina lo smaltimento dei rifiuti prevede, nella maggior parte dei casi, delle semplici sanzioni amministrative e solo in pochi casi più gravi l'arresto da sei mesi ad un anno e l'ammenda da due a cinque milioni. Per di più la maggior parte di questi reati si prescrive dopo appena tre anni. Altre attività illecite che hanno consentito alla criminalità organizzata di compiere un vero e proprio salto di qualità e di trarre enormi profitti in danno dell'ambiente sono gli appalti e subappalti di grandi opere pubbliche, l'abusivismo edilizio e tutte le attività ad esso collegate quali le attività estrattive e di movimento terra, la fornitura di materiali inerti e la produzione di cemento. Basti pensare allo scempio della natura causato da migliaia di costruzioni abusive (400.000 abitazioni negli ultimi 10 anni nel sud d'Italia) alle centinaia di grandi infrastrutture (ospedali, strade, depuratori etc) iniziate e mai completate o mai entrate in funzione o più semplicemente, alle centinaia di cave esaurite e dalle enormi voragini prodotte nelle zone litoranee dalle attività di escavazione che sono poi diventate il sito ideale ove smaltire ed occultare i rifiuti solido urbani e soprattutto tossico-nocivi. Per fronteggiare questa grave situazione di degrado nel 1986, lo Stato Italiano, primo in Europa, ha sentito la necessità di dotarsi di una forza scelta orientata esclusivamente all'applicazione concreta della legislazione a tutela dell'ambiente. Con legge 8.7.1986 nr. 349, istitutiva del Ministero dell'Ambiente, è stata così sancita, all'art. 8, l'istituzione del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri, posto alle dipendenze funzionali del Ministro dell'Ambiente, con compiti di vigilanza prevenzione e repressione delle violazioni compiute in danno per l'ambiente. Dalla data della sua istituzione ad oggi, il personale del Nucleo ha compiuto oltre 200.000 ispezioni nei vari settori di intervento che comprendono:

    In particolare, negli ultimi quattro anni, sono stati controllate ben 2295 discariche, 3008 depuratori, 526 cave, ed effettuato il monitoraggio delle possibili fonti di inquinamento dei fiumi Arno, Basento, Brenta, Lambro, Sarno, Tevere e Volturno, per un totale di 3760 controlli. Nelle prossime settimane avrà inizio un servizio di monitoraggio del fiume Aniene. I dati appena citati sono una concreta testimonianza dell'impegno del N.O.E. a tutela dell'ambiente.
    Fermo restando che il nostro compito principale rimane quello dell'accertamento e della tutela della legalità ambientale, in questi ultimi mesi il reparto ha cercato di qualificare il proprio lavoro privilegiando la qualità alla quantità degli accertamenti. In questa ottica, su delega di alcune delle più importanti Procure della Repubblica nazionale, sono in corso indagini finalizzate ad individuare e contrastare possibili coinvolgimenti della criminalità organizzata nelle attività economiche connesse ai problemi ambientali.
    Per conseguire questi obiettivi è però necessario che il N.O.E. accresca la propria forza e la sua presenza sul territorio.
    Tra le iniziative finalizzate al potenziamento del reparto rientrano la prossima attivazione di una nuova squadra nell'ambito della Sezione Operativa Centrale che si interesserà in via prioritaria dell'inquinamento da sostanze radioattive e la prevista ristrutturazione ordinativa dell'intero reparto che, nel corso dell'anno, dovrebbe consentire l'attivazione di due nuove sezioni in Cagliari e Reggio Calabria nonché il potenziamento delle sezioni maggiormente impegnate sul piano operativo, (Na, Pa, Mi).
    Nelle more di questi provvedimenti vengano attuati, è stato fatto ogni possibile sforzo per incrementare l'attività addestrativa in favore degli altri reparti dell'Arma dei Carabinieri. A tale proposito, soltanto da pochi giorni si è concluso un corso informativo sulla legislazione ambientale cui hanno partecipato oltre 100 addetti ai nuclei Operativi di Comando Provinciale e a brevissima scadenza ne verrà svolto un altro per i comandanti delle oltre 160 unità navali dell'Arma.
    Scopo di questi corsi, di cui si prevede un consistente incremento nei prossimi mesi, è quello di favorire la necessità di una coscienza ambientalista anche nei reparti di minore livello, fino a comando di stazione, che per la loro distribuzione capillare sul territorio, meglio di chiunque altro, hanno conoscenza diretta ed immediata delle varie problematiche ambientali.
    Da ultimo voglio ricordare l'esperienza maturata nello scorso mese di ottobre, in occasione del convegno sul traffico internazionale dei rifiuti che si è svolto su iniziativa del N.O.E. presso la Scuola Ufficiali dei Carabinieri, che ha consentito un proficuo scambio di informazioni ed esperienze con i rappresentanti delle forze di polizia di 11 paesi europei che operano in campo ambientale e con quelli di alcune delle più importanti organizzazioni internazionali del settore (UNICRI, UNEP, UNESCO, etc.).
    Per evitare che questo prezioso patrimonio di conoscenze vada perduto e promuovere ulteriormente la collaborazione internazionale, con alcuni dei suddetti organismi sono allo studio altre iniziative che potrebbero concretizzarsi nel corso dell'anno.

    AMBIENTE SVILUPPO DELL'OCCUPAZIONE: LE OASI ARTIFICIALI DI RIPOPOLAMENTO ITTICO

    Ing. Ignazio Pecora

    L'Italia con i suoi 8500 Km di costa protesa nel Mediterraneo, uno dei mari più belli e pescosi della terra, gode di una posizione geografica davvero invidiabile. Le condizioni climatiche, le caratteristiche fisico-chimiche delle nacque, la temperatura media del mare e la varietà vegetazionale dei fondali costituiscono un habitat naturale ideale per molte specie di pesci e molluschi e potrebbero rappresentare una fonte estesa ed inesauribile di reddito ed occupazione. Molte popolazioni rivierasche godono inoltre di una antica e consolidata propensione marinaresca (basti ripensare alle gloriose "Repubbliche marinare"); il mare rappresenta ancor oggi per molte comunità un elemento essenziale della vita sociale ed economica.
    Nonostante questo naturale patrimonio ecologico e culturale, l'Italia non ha mai saputo attuare una efficace "politica del mare", a differenza di altre Nazioni, più penalizzate dal punto di vista geografico, ma più fortunate per aver espresso una classe di governo molto più attenta ai reali bisogni delle realtà locali e molto più lungimirante nelle strategie di attuazione dei programmi di investimento delle risorse economiche.
    Possiamo tranquillamente affermare che in Italia non è stata mai seriamente considerata l'eventualità di utilizzare le risorse costiere come veicolo di rilancio economico ed occupazionale. La politica attuata in questo ambito da tutti i governi succedutesi dal dopoguerra ad oggi è stata esclusivamente improntata all'assistenzialismo in favore degli operatori del settore (incentivi, contributi agevolati, risarcimento di danni etc...), soprattutto al fine di creare sacche elettorali più o meno orientate.
    Il risultato di questa dissennata politica dell'immediato e oggi sotto gli occhi di tutti: la piccola pesca costiera, un tempo praticata dal 40 % delle popolazioni rivierasche, è pressoché scomparsa, il quantitativo annuo di pescato lungo le fasce litorali si è ridotto del 90 % negli ultimi 30 anni; molte famiglie e comunità che da secoli fondavano la propria economia sui ricavati della pesca, sono state costrette ad abbandonare questa antica e nobile attività, ovvero ad emigrare, ad abbandonare così le proprie radici e la propria identità storica, con conseguenze sociali facilmente immaginabili. E l'Italia continua ad avere una bilancia dei pagamenti fortemente in passivo nel settore del'import-export di pesce (oggi importiamo pesce perfino dalla Svizzera!).
    Eppure molto spesso gli strumenti legislativi utili per una inversione di tendenza ci sono, soprattutto nell'ambito della Comunità Europea, che emette direttive poi recepite dagli Stati membri attraverso dispositivi di legislazione nazionale. Il più delle volte tali opportunità restano pure utopie dal momento che il groviglio burocratico, gli interessi particolari degli Enti locali, l'impossibilità di finanziare progetti, la scarsa sensibilità degli Amministratori periferici nei confronti di iniziative ritenute poco remunerative dal punto di vista politico-clientelare, contribuiscono pesantemente ad affossare i pochi tentativi messi in atto.
    E così si assiste anno dopo anno al perpetuarsi del triste primato che può vantare il nostro paese: quello di non riuscire ad impiegare, per mancanza di progettualità, i finanziamenti messia a disposizione della Comunità Europea per gli interventi di sostegno a favore dell'acquacoltura, della riqualificazione dell'ambiente marino e della sistemazione di zone marittime e costiere.
    E' probabile che quanto finora detto possa risultare già noto, ma questi incontri devono rappresentare l'occasione per ribadire tutte le discrepanze e le assurdità di un sistema di sviluppo distorto e per cercare di sensibilizzare la classe politica sulla necessità di individuare nuovi modelli di sviluppo settoriale, anche se soltanto a distanza di anni le componenti promotrici potranno contare su un ritorno in termini di consenso.
    Fatta questa estesa ma indispensabile premessa ci si può trasferire su un terreno un po' più specialistico ed illustrare ciò che rappresentano in questo quadro le "oasi artificiali di ripopolamento ittico", impropriamente dette "barriere sottomarine" e le possibilità di sviluppo occupazionale che possono derivare dall'incentivazione di tali iniziative.

    Da un punto di vista socio-culturale la realizzazione di un'oasi artificiale di ripopolamento ittico serve a trasformare il pescatore dalla sua naturale condizione di "predatore" dei fondali a quella più moderna di "coltivatore" del mare. Un'oasi si realizza individuando, attraverso una serie di indagini che investono conoscenze e professionalità fortemente interdisciplinari, un fondale costiero, posto ad una profondità generalmente contenuta entro la batimetria dei 50 m., dove creare un vero e proprio "quartiere residenziale" per pesci e molluschi, ovvero un habitat gradito a tali specie, in modo da incentivarne l'afflusso dalle zone limitrofe ed attivarne la riproduzione in loco. La realizzazione di un'oasi presuppone pertanto un esteso ed attento studio della zona dal punto di vista climatico, geomorfologico, sedimentologico, metereologico, idraulico-marittimo, biologico e vegetazionale nonché un'approfondita campagna di prelievi di pescato, in modo da individuare con precisione la tipologia e le caratteristiche di forma e disposizione degli elementi artificiali che costituiranno il citato "quartiere residenziale".
    Tali elementi sono generalmente costituiti da piramidi formate da massi di calcestruzzo, opportunamente forati per ricreare la funzionalità di tane e rifugio, e disposti sul fondale secondo schemi ben precisi.
    Le prime oasi sono state realizzate con il finanziamento di Organismi internazionali che si occupano prevalentemente di problemi alimentari in aree sottosviluppate e sovrappopolate della terra al fine di incrementare il quantitativo di pescato. I monitoraggio e le analisi condotti su tali strutture hanno consentito in un secondo momento di verificare la sussistenza consequenziale di numerosi altri benefici di carattere ambientale, biologico ed economico-occupazionale, per cui gli studi di fattibilità si sono estesi, con finalità fondamentale diverse da quelle originarie, anche ai Paesi rivieraschi più progrediti (Stati Uniti, Canada, Francia, Gran Bretagna).
    In Italia sono presenti diverse strutture artificiali, localizzate prevalentemente in Adriatico. La maggior parte hanno carattere sperimentale e sono state realizzate e monitorate con il contributo del C.N.R. attraverso l'Istituto di Ricerche per la Pesca Marittima (I.R.P.M.) di Ancona. Occorre evidenziare però che nessuna delle oasi costruite raggiunge il quantitativo di volume immerso, pari a circa 40.000 mc. ritenuto idoneo per dare risultati professionalmente rilevanti. Ciò nonostante i campionamenti ed i monitoraggi compiuti hanno evidenziato una serie di rilevanti benefici sia per l'ecosistema subacqueo della zona sia per i possibili sviluppi economici ed occupazionali.
    In particolare:


    Tali risultati sono da ascriversi essenzialmente ai seguenti fattori: Tutte le strutture sono state perimetralmente difese da massi dotati di rostri contro lo strascico illegale. Tale impedimento ha inoltre comportato una valida protezione alle praterie di posidonie ed altre fanerogame con conseguente arresto dell'erosione e stabilizzazione dei fondali detritici.
    Non c'è sufficiente tempo per elencare in dettaglio tutti gli ulteriori benefici emersi dal monitoraggio delle strutture realizzate nel mondo ed in Italia. Credo comunque di aver sufficientemente illustrato gli innegabili vantaggi che un'attuazione sistematica di tali interventi lungo tutte le nostre coste potrebbe arrecare all'ambiente ed allo sviluppo occupazionale, quest'ultimo collegamento sia all'attività di pesca vera e propria, esercita con le tradizionali reti da posta standard, sia alla conseguente attività industriale di conservazione e trasformazione del pescato, esercitata a terra da cooperative di pescatori appositamente costituite.
    Quale grande occasione potrebbe essere offerta negli anni futuri alla dilagante e preoccupante disoccupazione giovanile!
    Invitiamo pertanto la classe politica ad essere veramente "nuova", nelle occasioni concrete e non semplicemente nelle parole, a considerare i problemi dello sviluppo ambientale marino come un veicolo di rilancio sociale, economico e culturale di enorme portata. Invitiamo gli Amministratori locali ed i Sindaci ad accedere a tutte le risorse economiche nazionali e comunitarie del settore, che esistono e spesso restano inutilizzate, attraverso l'affidamento di studi di fattibilità. Invitiamo le Regioni e le Provincie a favorire la creazione di consorzi tra comuni rivieraschi in modo da attuare estesi interventi di ripopolamento e riqualificazione delle nostre coste.
    Per concludere vorrei ricordare ai presenti quanto il Sen. Andreotti qualche anno fa, con la sua proverbiale ironia, ebbe a dichiarare sulla stampa in occasione di una polemica con l'On. De Mita, dopo la mancata rielezione di quest'ultimo alla segreteria della Democrazia Cristiana: "L'on. De Mita farebbe bene ad occuparsi di altro, ad esempio potrebbe dedicarsi ai problemi dell'ambiente...".
    Ecco, oggi è necessaria una inversione di tendenza da parte di chi governa: le tematiche ambientali rappresentano una seria occasione di sviluppo e di reddito. Dedicarsi, anche con passione, alla risoluzione di tali tematiche non deve più essere un'attività intesa come una specie di gioco delle bocce per tranquilli perditempo.

    PREVENIRE E' MEGLIO CHE CURARE

    Dott. Roberto Ieraci
    Dirigente Medicina Preventiva (Azienda USL RM/E)

    La salute degli italiani è sostanzialmente protetta da un sistema che pecca più nei modi e nei tempi di risposta che non nell'efficacia delle prestazioni erogate. Dal confronto sommario tra l'Italia e gli indicatori medi Europei, risulta che il nostro paese è sostanzialmente in linea sia per quanto riguarda le indicazioni programmatiche (nei settori degli anziani, dell'handicap, della salute mentale, della lotta all'AIDS, della lotta per le tossicodipendenze, della salute delle donne, dell'infanzia e dei lavoratori), sia per i livelli di salute della popolazione come dimostrato i dati sulla mortalità e morbosità. Per quanto riguarda la mortalità le malattie del sistema circolatorio restano la prima causa di morte con una incidenza del 45 % seguendo i tumori con il 26 %; l'attenzione delle Autorità Sanitarie si è concretata verso i fenomeni emergenti che hanno caratterizzato questi ultimi anni, cioè la diffusione dell'uso della droga, il propagarsi del virus dell'AIDS, il degrado dell'ambiente con tutte le ripercussioni sullo stato di salute della popolazione. Da tempo ormai si è tornato a considerare l'infezione quale importante capitolo della non salute della persona; in breve il quadro dell'infezione in Italia si Può sintetizzare in: diminuzione della patologia infantile, aumento delle infezioni della manipolazione collettiva degli alimenti, aumento della patologia infettiva dell'anziano, in particolare della patologia respiratoria, esplosione delle infezioni iatrogene, aumento delle infezioni della vita adulta quali quelle sessualmente trasmesse, emergenza delle infezioni da HIV.
    Sull'ambiente le iniziative fino ad oggi intraprese non sono state sempre coordinate in modo coerente agli obiettivi tra le grandi emergenze del paese. La vaccinazione è una delle principali forme di intervento preventivo a tutela della salute pubblica. L'attività di prevenzione, nonostante le continue dichiarazioni di principio a suo favore, rappresenta, purtroppo, la cenerentola della Sanità Italiana. Se la si paragona all'attività di cura, non si può non rimanere stupiti osservando quanto modesto sia ammontare di risorse che ad essa vengono destinate.

    "PREVENIRE E' MEGLIO CHE CURARE" rimane perciò un'affermazione alla quale non seguono comportamenti coerenti né da parte dei singoli né da parte delle istituzioni pubbliche. L'orizzonte temporale della classe politica cui appartiene chi ha la responsabilità di decidere l'utilizzo delle risorse pubbliche è a breve termine nel senso che vengono preferiti i programmi capaci di generare benefici il più possibile immediati, in grado di produrre consenso sociale intorno a chi li ha promossi. I benefici della prevenzione si realizzano dopo molti anni e paradossalmente quanto più sono grandi tanto meno sono visibili perché la gente che non si ammala non rappresenta un problema. Le tecniche di valutazione economica consentono di dimostrare la convenienza sociale di attività di prevenzione quali i programmi di vaccinazione.
    I principali benefici della vaccinazione sono così elencati:

    1. Minore incidenza della malattia e quindi risparmio nei costi per curarla
    2. Aumento della speranza di vita e quindi un guadagno in anni di vita con un potenziale aumento delle possibilità di lavorare;
    3. Migliore qualità della vita derivante dai casi evitati di malattia tempo risparmio e preoccupazioni risparmiate ai familiari (soprattutto ai genitori);

    Tra i costi di un programma di vaccinazione vanno considerati:
    In conclusione la vaccinazione occupa la parte alta cioè la più favorevole della classifica delle tecnologie sanitarie formulate in base al costo per anno di vita guadagnato, essa può quindi a pieno titolo concorrere all'assegnazione di una quota delle risorse pubbliche destinate alla tutela della salute pubblica.

    NON SOLO ARS ORATORIA

    Prof. Norberto Campioni
    Primario III Divisione Chirurgia Oncologica Istituto "REGINA ELENA"

    Indubbiamente l'epoca in cui viviamo potrebbe essere definita come l'era dell'informazione facile.
    I mezzi di comunicazione a disposizione permettono al cittadino che lo desidera di essere puntualmente informato sulle problematiche che lo riguardano. Eppure mai come adesso alla partecipazione degli stessi cittadini alla conoscenza e di conseguenza alla soluzione di tali problemi è stata così cara. Ben vengano quindi queste iniziative, tipo Europa 2000 che hanno lo scopo di risvegliare in noi una coscienza civica da tempo "appisolata".
    Bisogna fare in modo, però, che le relazioni da noi qui ascoltate non rimangano un semplice esercizio di ars oratoria, ma vengano tramutate in azione concrete. Per ottenere questo vedrei di buon occhio una commissione che raccolga le istanze sin qui emerse e ne disponga l'invio agli organi amministrativi competenti. Mi rendo perfettamente conto che una semplice manovra del genere probabilmente non otterrà immediatamente i risultati desiderati. Sarà compito della commissione, però, insistere a nome della collettività, convinti che alla fine "gutta cavat lapidem".

    Ultimo aggiornamento 20/02/97


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